25 novembre 2009

Tra Pinocchio e il trionfo della stelle

aster

L'ottavo e ultimo concerto (ma non ultimo dei nove appuntamenti) di Toccata e fuga IV ha avuto 2 spettatori, che hanno decretato la classifica definitiva. Innanzitutto, per il 3° posto si sono battuti i due argomenti seguenti:

Amori angelicati, o anche un po’ sensuali

Inutilità e danno della religione, con particolare riferimento alla storia del cristianesimo

E ha vinto Inutilità e danno della religione. Poi, per il 1° posto si sono battuti questi:

Un cuore semplice

Notturno con stelle e luna e osservazione dei pianeti

E ha vinto il Notturno. Sicché ecco finalmente il podio dei vincitori del gran torneo musicale che ha visto battersi sull'arena pianistica i sedici più poderosi argomenti del mondo (qui la lista completa):



1
Notturno con stelle e luna

e osservazione dei pianeti


2
Un cuore semplice


3
Inutilità e danno della religione

con particolare riferimento
alla storia del cristianesimo


E finalmente sappiamo quale avrà dunque da essere l'argomento del convegno-spettacolo del 30 novembre: gli astri, tra astronomia e astrologia. Per pregustarne il probabile clima, leggiucchiatevi magari, qui, il grazioso saggio palascianesco su Ferragosto e le gioie della specola. Ma sappiate che Palasciano troverà il modo di ficcar nel convegno anche Debord, Nievo, Pessoa, Swift, Twain e Wilde, perché tutti costoro il 30 novembre sono o nati o morti.

Ieri intanto nell'intervallo tra una sfida musicale e l'altra, essendo da commemorare Carlo Lorenzini in arte Collodi, nato il 24 novembre 1826, il nostro pianista-attore-ecc. ha letto un brano da Le avventure di Pinocchio contaminato, come già dicemmo, da pizzichi di Dante, Shakespeare ecc.

E vi lasciamo a leggerlo, qui sotto, e a divertirvi a riconoscer tutte le modifiche.

Illustrazioni di Enrico Mazzanti (1883), animate da www.linguaggioglobale.com.

Nel mezzo del cammin il nostro Pinocchio si ritrovò per una selva oscura: il bosco, dove disgraziatamente aveva incontrato la Volpe e il Gatto. Vide, fra mezzo agli alberi, inalzarsi la cima di quella Quercia grande, alla quale era stato appeso ciondoloni per il collo; ma, guarda di qui, guarda di là, non gli fu possibile di vedere la piccola casa della bella Bambina dai capelli turchini.
Allora ebbe una specie di tristo presentimento, e datosi a correre con quanta forza gli rimaneva nelle gambe, si trovò in pochi minuti sul prato, dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la Casina bianca non c’era piú. C’era, invece, una piccola pietra di marmo, sulla quale si leggevano in carattere stampatello queste dolorose parole:
 QUI GIACE
LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI
MORTA DI DOLORE
PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO
FRATELLINO PINOCCHIO
 Come rimanesse il burattino, quand’ebbe compitate alla peggio quelle parole di colore oscuro, lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra, come corpo morto cade, e coprendo di mille baci, Lesbia, e ancora mille quel marmo mortuario, dètte in un grande scoppio di pianto. Pianse tutta la notte, e la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre, sebbene negli occhi non avesse piú lacrime: e le sue grida e i suoi lamenti erano cosí strazianti ed acuti, che tutte le colline all’intorno ne ripetevano l’eco. Forsennato latrò sì come cane; tanto il dolor gli fé la mente torta.
E piangendo diceva:
— Urlate! Urlate! Urlate!… Oh, siete tutti uomini di pietra! Avessi io le vostre lingue e occhi, farei squarciare la volta del cielo! Se n’è andata per sempre… O Fatina mia, perché sei morta?... perché, invece di te, non sono morto io, che sono tanto cattivo, mentre tu eri tanto buona?... Spèzzati, cuore mio!… Ah, che pietà! E il mio babbo dove sarà? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo, ché voglio stare sempre con lui, e non lasciarlo piú! piú! piú!... Nevermore, nevermore, nevermore!... O Fatina mia, dimmi che non è vero che sei morta!... Perché dovrebbe un cane, un brocco, un topo avere vita, e tu neppure un soffio?… Se davvero mi vuoi bene... se vuoi bene al tuo fratellino, rivivisci... ritorna viva come prima!... Non ti dispiace a vedermi solo, abbandonato da tutti?... Solo, abbandonato in questo popoloso deserto che appellano Parigi, che spero or piú? che far degg’io? Se arrivano gli assassini, mi attaccheranno daccapo al ramo dell’albero... e allora morirò per sempre. Che vuoi che io faccia qui solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare? Dove anderò a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettina nuova? Oh! sarebbe meglio, cento volte meglio, che morissi anch’io! Sí, voglio morire! Morire, dormire… nient’altro; e con un sonno dire che noi poniam fine alla doglia del cuore, e alle mille offese naturali, che son retaggio della carne; è un epilogo da desiderarsi devotamente, morire e dormire! ih! ih! ih!...
E mentre si disperava a questo modo, fece l’atto di volersi strappare i capelli: ma i suoi capelli, essendo di legno, non poté nemmeno levarsi il gusto di ficcarci dentro le dita.
Intanto passò su per aria un grosso Colombo, il quale soffermatosi, a ali distese, gli gridò da una grande altezza:
— Dimmi, bambino, che cosa fai costaggiú?
— Non lo vedi? piango! — disse Pinocchio alzando il capo verso quella voce e strofinandosi gli occhi colla manica della giacchetta. — Lascia ch’io pianga la cruda sorte...
— Dimmi — soggiunse allora il Colombo — non conosci per caso fra i tuoi compagni, un burattino, che ha nome Pinocchio?
— Pinocchio?... Hai detto Pinocchio? — ripeté il burattino saltando subito in piedi. — Pinocchio, son io!
Il Colombo, a questa risposta, si calò velocemente e venne a posarsi a terra. Era piú grosso di un tacchino.
— Conoscerai dunque anche Geppetto! — domandò al burattino.
— Se lo conosco! È il mio povero babbo! Ti ha forse parlato di me? Mi conduci da lui? ma è sempre vivo? rispondimi per carità; è sempre vivo? o non viv’elli ancora? non fiere li occhi suoi lo dolce lume?
— L’ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare.
— Che cosa faceva?
— Si fabbricava da sé una piccola barchetta, per traversare l’Oceano. Quel pover’uomo sono piú di quattro mesi che gira per il mondo in cerca di te: e non avendoti potuto mai trovare, ora si è messo in capo di cercarti nei paesi lontani del [tema dal I tempo della Sinfonia n. 9 di Dvořák] nuovo mondo.
— Quanto c’è di qui alla spiaggia? — domandò Pinocchio con ansia affannosa.
— Piú di mille chilometri.
— Mille chilometri? O Colombo mio, che bella cosa potessi avere le tue ali!... Forse s’avess’io l’ale da volar su le nubi, e noverar le stelle ad una ad una, o come il tuono errar di giogo in giogo, più felice sarei...
— Se vuoi venire, ti ci porto io.
— Come?
— A cavallo sulla mia groppa. Sei peso dimolto?
— Peso? tutt’altro! Son leggiero come una foglia, povera foglia frale.
— Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno che tu mi segui, e io sarò tua guida.
Pinocchio saltò sulla groppa al Colombo; e messa una gamba di qui e l’altra di là, come fanno i cavallerizzi, gridò tutto contento: — Galoppa, galoppa, cavallino, ché mi preme di arrivar presto! Op! Op! Trotta, cavallino. Op! Op! Corri, mio morello. Porta il mio destino verso il sogno così bello del mio cuor! Gerion, moviti omai: le rote larghe, e lo scender sia poco; pensa la nova soma che tu hai.
Il Colombo, come la navicella esce di loco in dietro in dietro, sì quindi si tolse; e poi ch’al tutto si sentì a gioco, là ’v’era ’l petto, la coda rivolse, e quella tesa, come anguilla, mosse, e con le branche l’aere a sé raccolse, insomma prese l’aíre e in pochi minuti arrivò col volo tanto in alto, che toccava quasi le nuvole. Giunto a quell’altezza straordinaria, il burattino ebbe la curiosità di voltarsi in giú a guardare: e fu preso da tanta paura e da tali giracapi che, per evitare il pericolo di venir di sotto, si avviticchiò colle braccia, stretto stretto, al collo della sua piumata cavalcatura. Maggior paura non credo che fosse quando Fetonte abbandonò li freni, per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse; né quando Icaro misero le reni sentì spennar per la scaldata cera.
Volarono tutto il giorno. Sul far della sera, il Colombo disse:
— Ho una gran sete!
— E io una gran fame! — soggiunse Pinocchio.
— Quel tetto, ove passeggiano colombe, quieto tra i pini palpita e le tombe; fermiamoci a questa colombaia pochi minuti; e dopo ci rimetteremo in viaggio, per essere domattina all’alba sulla spiaggia del mare.
Entrarono in una colombaia deserta, dove c’era soltanto una catinella piena d’acqua e un cestino ricolmo di vecce. Veccia: pianta erbacea annuale, che cresce spontanea, a volte infestando le coltivazioni di cereali; è utilizzata come foraggio per volatili.
Il burattino, in tempo di vita sua, non aveva mai potuto patire le vecce: a sentir lui, gli facevano nausea, gli rivoltavano lo stomaco: ma quella sera ne mangiò a strippapelle, e quando l’ebbe quasi finite, si voltò al Colombo e gli disse:
— Non avrei mai creduto che le vecce fossero cosí buone!
— Bisogna persuadersi, ragazzo mio, — replicò il Colombo — che quando la fame dice davvero e non c’è altro da mangiare, anche le vecce diventano squisite! La fame non ha capricci né ghiottonerie!
Fatto alla svelta un piccolo spuntino, si riposero in viaggio, e via! La mattina dopo arrivarono sulla spiaggia del mare. La mer, la mer, toujours recommencée! O récompense après une pensée qu’un long regard sur le calme des dieux!
Il Colombo posò a terra Pinocchio al piè al piè de la stagliata rocca, e non volendo nemmeno la seccatura di sentirsi ringraziare per aver fatto una buona azione, si dileguò come da corda cocca.
La spiaggia era piena di gente che urlava e gesticolava, guardando verso il mare.
— Che cos’è accaduto? — domandò Pinocchio a una vecchina.
— Gli è accaduto che un povero babbo, avendo perduto il figliuolo, gli è voluto entrare in una barchetta per andare a cercarlo di là dal mare; e il mare oggi è molto cattivo e la barchetta sta per andare sott’acqua...
— Dov’è la barchetta?
— Eccola laggiú, diritta al mio dito — disse la vecchia, accennando una piccola barca che, veduta a quella distanza, pareva un guscio di noce con dentro un omino piccino piccino.
Pinocchio appuntò gli occhi da quella parte, e dopo aver guardato attentamente, cacciò un urlo acutissimo gridando:
— Gli è il mi’ babbo! gli è il mi’ babbo!
Intanto la barchetta, sbattuta dall’infuriare dell’onde, ora spariva fra i grossi cavalloni, ora tornava a galleggiare: e Pinocchio, ritto sulla punta di un alto scoglio, non finiva piú dal chiamare il suo babbo per nome, e dal fargli molti segnali colle mani e col moccichino da naso e perfino col berretto che aveva in capo.
E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lontano dalla spiaggia, riconoscesse il figliuolo, perché si levò il berretto anche lui e lo salutò e, a furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato volentieri indietro; ma il mare era tanto grosso, che gl’impediva di lavorare col remo e di potersi avvicinare alla terra. E tosto tornò in pianto; ché de la nova terra un turbo nacque e percosse del legno il primo canto. Tre volte il fé girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che ’l mar fu sovra lui richiuso.
Aspettarono che la barca tornasse a galla; ma la barca non si vide piú tornare.
— Pover’omo — dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia; e brontolando sottovoce una preghiera, si mossero per tornarsene alle loro case.
Quand’ecco che udirono un urlo disperato, e voltandosi indietro, videro un ragazzetto che, di vetta a uno scoglio, si gettava in mare gridando:
— O mio babbino caro! Voglio salvare il mio babbo!
Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava facilmente e nuotava come un pesce. Ora si vedeva sparire sott’acqua, portato dall’impeto dei flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con un braccio, a grandissima distanza dalla terra. Alla fine lo persero d’occhio e non lo videro piú.
— Povero ragazzo! — dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia; e brontolando sottovoce una preghiera, tornarono alle loro case.
Pinocchio, animato dalla speranza di arrivare in tempo a dare aiuto al suo povero babbo, nuotò tutta quanta la notte.
E che orribile nottata fu quella! Diluviò, grandinò, tuonò spaventosamente e con certi lampi, che pareva di giorno.
Sul far del mattino, gli riuscí di vedere poco distante una lunga striscia di terra. Era un’isola in mezzo al mare.
Allora fece di tutto per arrivare a quella spiaggia: ma inutilmente. Le onde, rincorrendosi e accavallandosi, se lo abballottavano fra di loro, come se fosse stato un fuscello o un filo di paglia. Alla fine, e per sua buona fortuna, venne un’ondata tanto prepotente e impetuosa, che tre volte il fé girar con tutte l’acque e lo scaraventò di peso sulla rena del lido.
Il colpo fu cosí forte che, battendo in terra, gli crocchiarono tutte le costole e tutte le congiunture: ma si consolò subito col dire:
— Anche per questa volta l’ho scampata bella!
Intanto a poco a poco il cielo si rasserenò; il sole apparve fuori in tutto il suo splendore.
— Che bella cosa na jurnata ’e sole, n’aria sserena doppo na tempesta!
E vi risparmio Omero e l’incontro di Pinocchio con Nausicaa.

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