20 aprile 2010

Il dopo-slam: Caserta come Sodoma

Riportiamo, cavandola dal group di Facebook La Superbia punita, una serie di interventi – rimontati e introdotti dal nostro affezionato S.O. Nicola Legatore – dedicati all'analisi di quanto accaduto il 16 aprile 2010. Buon divertimento.




POETRY SLAM:
UNA PRATICA IRCOCÈRVEA

CHE ABBASSA LA POESIA
ALLE MISERIE DEL VOLGO

ANZICHÉ INNALZARE
IL VOLGO ALLA POESIA


INTRODUZIONE

Non ho mai avuto occasione di assistere a un poetry slam; e credo che mai mi recherò di mia volontà ad assistervi, dopo aver ascoltato il resoconto di Palasciano e Maggio che ne sono stati attori, e di Ventre e D’Angelo che ne sono stati spettatori.

Chiariamo subito che il problema non è chi sia arrivato tra i primi tre classificati, infine meritevolmente (ché il requisito di merito richiesto – a quanto poi s’è capito – erano i «toni medi», la Giuria sdegnando i piú «alti» insieme coi piú «bassi»: si immagini una torre che un architetto pazzo pieghi a Λ, col soffitto capovolto e posto allo stesso livello del pianterreno). Il problema è chi sia arrivato tra gli ultimi tre, e mi riferisco in particolare al Penultimo: Uno che – ci scommetto la mia verginità posteriore – a Stoccolma entro il 2050 sarà nobelato, mentre a Caserta nel 2010 è stato snobbato.

Difatti lo slam che qui documenterò – limitandomi a riportare commenti tolti da altre parti di Facebook – si è tenuto lo scorso 16 aprile in Caserta, «capitale europea del degrado culturale oltreché ambientale» (mi dicono), presso il Teatro Civico 14; il quale teatro, però, contingenze a parte, essendo nella sostanza (mi dicono gli stessi) «un’oasi d’arte e impegno in un deserto di trash e ignavia», non porta pena.

Colpevole è stata solo la Giuria, composta di persone scelte a caso tra il pubblico; o meglio quella parte di Giuria che ha espresso voti fuori d’ogni logica e decenza (piú fuori che mai quelli d’un membro che gli organizzatori onoravano del titolo contraddittorio di «poeta»), offendendo Apollo, le Muse ed ogni morto o vivo Poeta autentico – il cui sudor sia sangue e il sangue oro – presente o contumace al poetry slam in questione.

Quanto alla pratica del poetry slam in generale, attendiamo testimonianze ulteriori; intanto, l’impressione che ce ne viene è quella sintetizzata nel titolo di questa discussione. Fino a prova contraria, ecco cos’è per noi – noi amanti della conoscenza, noi sposi dell’immaginazione, noi accademici avanti tutta di nulla accademia – un poetry slam: una pratica ircocèrvea che abbassa la Poesia alle miserie del volgo anziché innalzare il volgo alla Poesia. Intendendo per «miserie» – ovviamente – le miserie spirituali: l’ottusità dell’angolo visuale, la pigrizia di comprendonio, la cultura codina e la grossolanità del gusto che caratterizzano l’uomo medio.

E meno male che a rialzar la media nasce ogni tanto un uomo che ne vale cinque, tipo un Eratostene, un Avicenna, un Leon Battista Alberti, un Leonardo, un Athanasius Kircher, un Leibniz, un Albrecht von Haller, un Goethe, un Palasciano: ultimo, magari, o penultimo – ma in diversa accezione, mon escient, che a Caserta lo scorso venerdí.
Procedo a riprodurre i documenti.



STATUS DI PALASCIANO

Classificato penultimo, ma con soddisfazione d'aver detto «somari» alla Giuria davanti a tutti (prima del voto del ripescaggio; o che sfizio ci sta?). Si salvano le due dame che volevano ripescarmi, e l'organizzatrice (Anna Ruotolo) che in segreto tifava sol per me fin dal principio. Terzultimo Antonio Maggio con le sue sestine liriche e altro carbonato di calcio in forma sferica per artiodattili commestibili dal tegumento roseo. Immaginate i commenti di Daniele Ventre.



COMMENTO DI LEGATORE

La cosa è di un non trascurabile interesse antropologico. Sarebbe stato più o meno normale, difatti, che il Palasciano, semplicemente, non vincesse, dato che le sue poesie non sono fatte certo per i gusti della massa; ma che egli sia [...] arrivato penultimo [...] è veramente un sintomo inquietante [...]. Queste cose in Toscana non succedono. Venite qui la prossima volta che desiderate declamare le vostre poesie, tu e Maggio, e magari pure Ventre, colendissimi! Ça va sans dire: nemo propheta in patria.




COMMENTO DI D'ANGELO

E' stato il trionfo dei toni medi. Le poesie di Marco erano agli antipodi dei gusti della giuria. [...]



COMMENTO DI PALASCIANO

Tra l'altro, il migliore tra i cinque finalisti (Iannone) è finito... indovina?... quinto.



COMMENTO PRIVATO ALTRUI

[...] penso che le dinamiche dello slam siano discutibili. Penso anche che la giuria, fatta eccezione per Napolitano, era altrettanto discutibile. [...]



RISPOSTA DI PALASCIANO
AL COMMENTO PRIVATO ALTRUI

[...] il più discutibile della giuria era proprio Napolitano, visto che è stato lui a darmi il voto più basso [...].

In ogni caso, ciò di cui più mi dolgo è di non essere arrivato ultimo, ma solo penultimo; lo scandalo sarebbe stato massimo, mi sarei divertito per mesi, invece così mi divertirò solo per giorni.



COMMENTO DI ANNA RUOTOLO

Marco, Marco... tu sei stato fantastico! Stamattina tutti a casa mia parlano di te e sentirò ancora in giro apprezzamenti e commenti entusiastici. Hai portato avanti la tua "strategia" di lettura con l'entusiasmo e la forza propri di uno slam. La giuria è popolare, è scelta a caso, lo sai... e comunque non è l'elemento più importante di un poetry slam. Bisogna, piuttosto, considerare l'impatto sul pubblico. E quello, caro mio, è tutto a tuo favore. Non sai che piacere sia stato averti avuto a Su il sipario. [...]



CITAZIONE BIBLICA DI PALASCIANO
(GEN 19, 12-16)

[12] Quegli uomini dissero allora a Anna Ruot: «Chi hai ancora qui? Il genero, i tuoi figli, le tue figlie e quanti hai in Caserta, falli uscire da questo luogo. [13] Perché noi stiamo per distruggere questo luogo e tutti i suoi abitanti: il grido innalzato contro di loro davanti al Signore è grande e il Signore ci ha mandati a distruggerli».

[14] Anna Ruot uscì a parlare ai suoi generi, che dovevano sposare le sue figlie, e disse: «Alzatevi, uscite da questo luogo, perché il Signore sta per distruggere la città!». Ma parve ai suoi generi che ella volesse scherzare.

[15] Quando apparve l'alba, gli angeli fecero premura a Anna Ruot, dicendo: «Su, prendi tuo marito e le tue figlie che hai qui ed esci per non essere travolta nel castigo della città di Caserta». [16] Anna Ruot indugiava, ma quegli uomini presero per mano lei, suo marito e le sue due figlie, per un grande atto di misericordia del Signore verso di lei; la fecero uscire e la condussero fuori della città.



COMMENTO BREVE DI VENTRE

Lette alcune poesie di Giuseppe Napolitano. Curiosamente, il tono stilistico di alcune parti delle sue liriche (le scelte lessicali piuttosto levigate, tendenziale monolinguismo, con uno stile "medio" che in realtà contiene spinte verso l'alto e verso il colloquiale), la forma metrica (verso libero che rasenta l'endecasillabo e il martelliano, o talora rifà certe forme di versificazione meno visitate, come il dodecasillabo "trocaico" armonizzato di un quaternario e di un ottonario), le tematiche esistenziali di un certo tipo, avrebbero dovuto rendergli congeniali almeno alcune poesie di Antonio Maggio.

Il sospetto è che quest'ultimo, per peculiarità che gli sono proprie sul piano strettamente stilistico, sia stato da lui associato a forme di neo-ermetismo e di neo-orfismo (ripescaggio di Sentimento del Tempo, con tanto di sestina lirica), che cretinamente la critica contemporanea bandisce, preferendo forme di intimismo bleso, che rifà male in ordine sparso l'ultimo Montale, certo Sanguineti, Amelia Rosselli, Sandro Penna.

Quanto a Marco, l'effetto è stato quello che ha suscitato la prima mostra di Modigliani fra il pubblico della Francia dell'epoca (non so se rendo l'idea).



Altre scelte dello slam, come la relegazione di Iannone al quinto posto, o il secondo posto del poeta vernacolo che meritava assai di più, sono indicative di una selezione di un certo tipo (di una selezione del cavolo, properly...).

E meno male che per sopravvenuti problemi di internet non ho partecipato. Ci mancava solo il bando del collega anziano poeta in giuria che ha pubblicato la prima volta con il concorso non secondario del fatto che suo padre era uno scrittore... Ma tant'è. Ormai tutto è sospetto.



COMMENTO DI MAGGIO

[Legatore, ti] ringrazio, il trasferimento in terra toscana (in fondo nelle vene mi scorre un quarto di sangue senese) è cosa auspicabile; immagino già di recitare versi assieme al Ventre e al Palasciano tra le verdi campagne che diedero i natali al Petrarca e andare a recuperare energie fisiche ed emotive sul sepolcro di Ugo Foscolo a S. Croce.

[Anna,] ti ringrazio di tutto e ti abbraccio con affetto: sei stata brava, carina e gentile con tutti i partecipanti, hai saputo creare una serata piacevole e divertente e mettere a loro agio anche coloro i quali non erano avvezzi al palcoscenico di un teatro e all'utilizzo di un microfono.

[...] Danie' non ti crucciare... bisogna sempre mettersi in gioco, ieri è stata una bella serata ed un'iniziativa molto stimolante. Servono queste cose altrimenti finiamo tutti come quella signora che su Fb dona magari il suo apprezzamento a chi cita le canzoni di Alessandra Amoroso, e dice a me che devo cambiare spacciatore perché mi sono permesso di citare Montale...


La giuria è giuria, croce e delizia di qualsiasi gara... Io ammetto di essere rimasto stranito solo della valutazione di Giuseppe Napolitano, che, essendo un poeta piuttosto affermato, di certo ha compreso la poesia mia, e quella di Palasciano, sia sul piano formale sia su quello comunicativo. E l'ha bocciata a prescindere (questa è la mia impressione), non so ora se per il problema "ungarettiano" che ti poni tu o per altre più semplici motivazioni. [...] forse non gli andavamo a genio [...].



COMMENTO LUNGO DI VENTRE

Chiariamo una serie di punti.

Ovviamente non viviamo, ahimè, in un'epoca di oralità primaria, né in un'epoca di presunto ritorno dell'oralità primaria.

In una civiltà orale-aurale pura, la poesia (che è magia e preghiera al tempo stesso) è infatti l'unica forma di testualità (impropria) possibile, ed è una testualità aperta (un'ipertestualità permanente) che permea tutta la dimensione socioculturale del gruppo, ne costituisce l'identità ed è fondamentale per la sopravvivenza dei singoli e del gruppo stesso, non meno dei colori rituali dei guerrieri e degli sciamani. Certe subculture (il rap nella sua dimensione autentica, ad esempio) esprimono in qualche modo questa forma di oralità-auralità, ma come fenomeno di ritorno, in uno statuto di marginalità.

La poesia, in una civiltà aurale, che conosce la scrittura come forma di registrazione ai fini della futura declamazione, vive in una dimensione non troppo dissimile dall'oralità, almeno all'inizio. Con una differenza fondamentale: il testo scritto circoscrive l'identità dell'autore. Fra il pubblico e l'autore la pagina e l'atramentum si frappongono come un sottile, invalicabile muro, una membrana i cui canali osmotici si vanno progressivamente inspessendo, nella misura in cui la civiltà letteraria si cristallizza nella carta, dalla testualità della prima epopea, alla lirica, al teatro, all'oratoria, al dialogo, al trattato filosofico, alla poesia dotta da biblioteca, alla prosa del romanzo e della declamazione. L'unità indifferenziata originaria si è rotta. Il poeta è ora membro di un'élite potenzialmente periclitante. L'avvento della stampa fra medioevo e rinascimento non fa che perfezionare questa situazione. È l'età industriale a incancrenire il problema.

In primo luogo, il poeta perde centralità ai fini della costituzione del gruppo sociale. Il muro cartaceo diventa la sua possibile prigione. La dimensione dell'incomunicabilità, del millevoltedeclinatoconflittofraintellettualeepubblico (uff!) ne è il portato spontaneo. Fiorisce una generazione di Werther.

L'editoria industriale presuppone poi una letteratura di massa, in un'epoca di civiltà della scrittura, che non può prescindere da pesanti sovrastrutture di controllo, attraverso cui il mercato agisce di fatto sul gusto. La poesia, spettro residuale di oralità in un tempo di carte stampate, si viene affiochendo. Divampata nel Big Bang originario della cultura orale, si viene man mano riducendo a una radiazione di fondo sempre più fredda, coglibile solo con strumenti sempre più raffinati e lontani dal livello comune. Insomma, si trova a dimenticare la sua essenza di parola primaria, percepibile nell'immediato da tutti.

Il poeta, grande o piccolo, mediocre o sublime che sia, quando si confronti con una prova di lettura pubblica, specie se in competizione con altri, finisce per trovarsi davanti, nella migliore delle ipotesi, un gruppo ristretto che fa uno sforzo sovrumano per decondizionarsi dall'environment socioeconomico del mercato postmoderno. Nel caso italico, si aggiungano una sostanziale realtà di degrado e destrutturazione del tessuto culturale medio, in una nazione che ha il più basso livello di lettori in Europa occidentale, insieme a Grecia e Portogallo.

Questo dato ha effetti sullo stile. La poesia che deve apparire sulla scena, è il frutto spesso di solitarie letture e ricerche. Vulnerabile all'accusa di autoreferenzialità; destituita di un terreno d'ascolto fertile; esposta a critiche più che ovvie in assenza dei vecchi canoni formali, che un tempo garantivano almeno la qualità minima della grammatica del genere e sono ormai triturati da due secoli di proclami di originalità, novità, sperimentalismo spesso gratuiti o solo presunti, la poesia presentata in pubblico dal poeta non conosciuto, finisce per costituire un'esca di incendi psichici più che mai violenti: più che in passato, pur considerando che la mania versifica è sempre stata un evento diffuso nelle civiltà letterarie avanzate, sin dai tempi del Suffeno di catulliana memoria.

Teoricamente, una poesia che raggiunga l'orecchio in uno slam dovrebbe essere porta in un certo modo: ciò presuppone una tecnica scaltrita della gestione della voce, tecnica che può essere rischiosa, perché se non condivisa nella percezione degli effetti essenziali, finisce anch'essa per cadere nel vuoto, stante che la nostra civiltà viene nel tempo obliterando anche il teatro (il luogo geometrico di esplicazione delle tecniche vocali), ridotto anch'esso, sovente, a formalismo sperimentalistico.

Oltretutto, una poesia da slam dovrebbe essere strutturata in modo da essere spontaneamente efficace nel momento immediato della produzione-fruizione orale-aurale. Ciò richiede una sostanziale riformulazione di quello che si intende come stile. Si dovrebbe almanco tornare all'inutile maraviglioso mestiere degli improvvisatori settecenteschi, in grado di comporre al momento intere tragedie, fra endecasillabi sciolti e odicine di settenari e ottonari.

Si dovrebbe ricostruire l'idea di poesia come performance, di poeta come performer, di linguaggio poetico come codice eminentemente performativo, nel senso che al termine conferisce Austin nella prima parte della sua ricerca su «come far cose con parole». Su questa ricostruzione di un contesto performativo, di un gioco linguistico, si dovrebbe far virare lo stile. Ciò implicherebbe la volontà da parte del gruppo di addivenire a una condivisione estetica che, apparentemente di livello medio, in realtà ha in sé infinite possibilità di sviluppo creativo, al di fuori della frustrante barriera cartacea che separa il poeta dal suo ipotetico ascoltatore.

Al di fuori di questi parametri, la lettura di poesia come comunicazione rischia di essere un fenomeno stocastico ad alta improbabilità di inveramento. Al di là delle indubbie capacità e delle doti sia letterarie sia personali degli organizzatori. In base alle argomentazioni contenute in tutta questa vichyssoise elucubrativa, io ho ragione di credere che, nello specifico, lo slam casertano di ieri sia un caso tipico di questa alta improbabilità.

Alla dissonanza di fondo, ineliminabile; alla fondamentale non ricettività del pubblico; al fattore campo, insomma; a tutto questo si aggiunga lo strano risultato delle valutazioni della giuria (almeno a mio modestissimo modo di vedere – che il mio modo di vedere sia in realtà immodestissimo, anzi, deliberatamente greve e spocchioso, credo ormai risulti più che palese). Ho ragione di affermare che le poesie di Iannone, con la loro concentrata ricerca di senso e la loro spontanea eufonia; la proliferazione stilistica e la tecnica attoriale di Palasciano; la raffinatezza multiforme di Maggio (forse solo un po' troppo serioso-sopra-i-toni), meritassero qualcosa di più che l'essere snobbate come sono state, di fatto, snobbate. L'unica nota meno agra della serata è stata almeno la valorizzazione parziale della poesia vernacola, il cui autore [Ramelli] ha mostrato un rigore formale e stilistico e un robusto sentire, che sono difficili da trovare.


Temo e sospetto infine, ed il mio timore e i miei sospetti hanno ragioni circostanziate su cui fondarsi, che la personalità letteraria presente fra i giurati abbia agito con atteggiamento francamente paternalistico: condiscendente con tentativi più "alla mano", ha voluto stigmatizzare la presunta non congenialità di certe ricerche formali con una valutazione stroncatoria che, francamente, lascia trasparire soltanto uno scarso rispetto per sperimentazioni letterarie di cui si è percepita la coerenza, ma si è voluta negare aprioristicamente la validità.

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