mercoledì 30 novembre 2011

[Commenti a «Umano, semiumano, disumano»]

#1  30 Novembre 2011 - 04:13
"di come il principio di causa-effetto, se pure non è illusorio (sulla sua presunta illusorietà vedi Hume), non può essere valido in tutta la realtà, una parte di essa dovendo necessariamente consistere in effetto privo di causa"

Ciao Marco, sono Antonio tuo assistente. Sarebbe interessante poter conoscere le fonti di queste coraggiose conclusioni scientifiche (scritte da te, tra l'altro, in una forma che lascia intendere si tratti di dati definitivi, da cui la mia forte curiosità per acquisirne le fonti): potresti fornircele? In particolare, mi premerebbe molto sapere quale sarebbe, proprio fisicamente, questa parte di realtà, sempre che di essa si tratti, che non obbedirebbe al principio fisico di causa-effetto. Come puoi vedere dall'ora, non ci dormo la notte. :-S

utente anonimo [Antonio]

#2  30 Novembre 2011 - 17:52
Assistente che assisti e non capisci, ma quali inutilissime fonti vuoi che ti cerchi, quando il concetto è di per sé talmente lampante alla ragione, e io già ve l'ho spiegato e rispiegato a dovere? Provo qui a rispiegartelo per l'ultima volta; poi, se rimane chiusa la tua mente, dovrò strapparti i gradi dalla divisa.

All'interno della parte di Realtà da noi conosciuta, ogni causa ha un effetto e ogni effetto ha una causa, per dirla simpliciter. Ma se consideriamo la Realtà nel suo complesso, incluse le parti a noi sconosciute, e quindi TUTTO (compresi passato e futuro d'ogni cosa), ovviamente non c'è NIENTE altro al di fuori di essa. E dunque, c'è almeno una parte della Realtà in cui non vige la meccanica di causa-effetto, sebbene tale parte sia causa delle altre parti, quelle dove la meccanica causa-effetto vige.

Te capì?
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#3  30 Novembre 2011 - 18:07
Quanto poi a COSA diavolo sia questa parte sconosciuta della Realtà, altrettanto ovviamente io non posso darti una risposta «scientifica» come vorresti, dato che nessuno la conosce.

Al limite potrei darti una risposta «poetica»...
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#4  30 Novembre 2011 - 22:41
Senza nessun intento offensivo alla tua intelligenza, per carità, non è che non ho intenzione di prendere in considerazione i tuoi ragionamenti, ma tenderei (logicamente) più a fidarmi di pareri un po' più autorevoli a riguardo: il tuo grado di autorevolezza in materia scientifica, ripeto, con tutto il rispetto del mondo, non so quanto possa essere affidabile, dato che non sei uno scienziato. Ecco perchè chiedevo l'acquisizione delle fonti alle quali credevo avessi attinto: invece mi pare di capire che l'unica fonte delle "coraggiose conclusioni scientifiche" (ripeto: scritte, tra l'altro, in una forma tale da lasciarne intendere il presunto carattere di definitività da parte della comunità scientifica internazionale, nel qual caso allora non vedo quale problema ci sarebbe da parte tua nel ricercare una fonte, anche se non ne hai usate tu personalmente, sufficientemente autorevole che confermi le tue affermazioni)  di cui parliamo sia soltanto tu. Benissimo, basta saperlo.

"All'interno della parte di Realtà da noi conosciuta, ogni causa ha un effetto e ogni effetto ha una causa, per dirla simpliciter. Ma se consideriamo la Realtà nel suo complesso, incluse le parti a noi sconosciute, e quindi TUTTO (compresi passato e futuro d'ogni cosa), ovviamente non c'è NIENTE altro al di fuori di essa. E dunque, c'è almeno una parte della Realtà in cui non vige la meccanica di causa-effetto, sebbene tale parte sia causa delle altre parti, quelle dove la meccanica causa-effetto vige."

"Realtà", per me, come tra l'altro sembri essere d'accordo pure tu in queste righe, è già sinonimo di "Tutto", quindi è ovvio che oltre non ci sia niente, proprio per il motivo che se già la Realtà è Tutto, non ha senso parlare di un "oltre" (cosa vuoi che ci sia "oltre" il "Tutto" se è già "Tutto"? perdona il gioco di parole). Ora, francamente, non capisco proprio quale sia il nesso logico che ti porta, da questa ovvia costatazione (cioè che parlare di "Realtà significa già di per sè parlare di "Tutto"), alla tutt'altro che ovvia conclusione che vi sia una parte di essa che non obbedisca al principio di causa-effetto. Ci sarebbero dunque, secondo te, due blocchi di Realtà distinti, fisicamente separati da una barriera? E in cosa consisterebbe questa barriera?
Francamente, con tutto il rispetto per le tue idee e i tuoi ragionamenti, preferisco credere (sottolineo "credere", non avere la certezza, come fai tu per le tue conclusioni), a meno di future dimostrazioni che mi smentiscano, che la Realtà sia un unico solo infinito blocco indivisibile in cui il principio causa-effetto sia immutabile in ogni suo punto, in quanto non ho ragione, almeno per ora, di credere il contrario.

utente anonimo [Antonio]

#5  30 Novembre 2011 - 23:29
Ma allora sei de coccio!!!... E va bene, facciamo finta che in tutta la Realtà viga la meccanica di causa-effetto. Allora qui rispondi a questa semplicissima questione: da cosa fu/è causata la Realtà?
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#6  01 Dicembre 2011 - 01:46
Ah, per me, da niente. La Realtà, per me, non ha nessuna causa. E proprio per questo non la ritengo si possa definire un puro "effetto" (effetto di cosa?), dato che una causa non c'è. La realtà "è", per me il discorso, fino a dimostrazione contraria, termina qui.
Molti confondono il principio causa-effetto con la creazione (o, parimenti, con la distruzione) di materia dal nulla. Siccome in natura, a quanto ne so, non ancora pare si sia osservato nulla di simile (anche perchè concetti come il nulla, l'assenza totale di materia o di energia, il vuoto ideale, non esistono, ma esistono semmai, o sono riproducibili in laboratorio, luoghi con condizioni che approssimano bene ma non raggiungono e, credo, raggiungeranno mai tali situazioni che restano "ideali"), che oltretutto contraddirebbe i fondamentali principi di conservazione di massa, energia e quant'altro, non ho proprio nessuna ragione per credere che mai qualcosa sia stato creato, appunto, dal nulla, Realtà compresa. Ecco perchè, per ora, non ho nessun motivo per credere che la Realtà abbia una causa.

utente anonimo [Antonio]

#7  01 Dicembre 2011 - 16:44
Savi Lumi! son ore che sto a dire che la Realtà non ha nessuna causa fuor di sé, e tu mò arrivi a dire a me la stessa cosa?

Allora tutto il burdello era sulla parola «effetto»? ma che tte frega a tte se qqua per dire che una cosa non ha causa la si chiami una «cosa senza causa» o un «effetto senza causa»? è UGUALE!, salvo che la seconda delle due espressioni è più graziosa, in quanto paradossale.

Benedetto mio eromenos senza eros (altro grazioso paradosso), son settimane che meno e rimeno nelle mie lectiones sopra l'idea che il vero, per essere perfettamente illuminato, necessita d'una mescolanza di tre colori: linguaggio scientifico, filosofico e poetico; ma tu, ahimè, non mi sarai un daltonico linguistico?

O Muse, o alto ingegno, or l'aiutate!
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#8  02 Dicembre 2011 - 01:20
"Savi Lumi! son ore che sto a dire che la Realtà non ha nessuna causa fuor di sé, e tu mò arrivi a dire a me la stessa cosa?"

Non esattamente: non hai per niente mai scritto che la Realtà non ha nessuna causa fuor di sè (al che non avrei avuto nulla da ridire), ma soltanto che una parte di essa consisterebbe in "effetto" (volendo anche tralasciare la mia personale opinione circa l'assoluta inappropriatezza del termine, in luogo del quale ne ricercherei un altro che non abbia correlazioni col concetto di "causa") privo di causa. "Una parte di essa" non è tutta la Realtà, ne convieni?  E per poter affermare che solo una parte di Realtà non obbedirebbe al principio di causalità, temo che occorrerebbe dimostrarlo.

utente anonimo [Antonio]

#9  03 Dicembre 2011 - 16:11
Tra poco inizierò con le ghiastemme: ma allora sei di stracoccio!!! non devo dimostrare proprio un piffero, perché è di per sé straevidente che una parte della Realtà funziona in base alla meccanica di causa-effetto (infatti se io ti do una martellata sul cranio ciò sarà causa di tuo intenso dolore), e che invece un'altra parte non ha avuto causa (infatti la Realtà c'è). Tale parte non è altro che la causa del resto; puoi identificarla, se ti va, con il Big Bang, o con Dio, o col diavolo che ti pare, ma in ogni caso c'è stata e/o c'è, altrimenti non ci sarebbe il resto. Amen.
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#10  04 Dicembre 2011 - 13:59
"e che invece un'altra parte non ha avuto causa"

Mi dispiace Marco, ma temo che non possono esistere "parti" di realtà prive di causa (o almeno fino ad ora in natura mai è stato osservato qualcosa del genere). Dunque, se lo affermi, devi dimostrarlo, chè non è affatto di per sè evidente (per quale motivo sarebbe così evidente non è dato saperlo, lo stai affermando e dando per scontato senza argomentazioni scientifiche solo tu), almeno scientificamente. Ma a maggior ragione, se è davvero così evidente , non dovresti avere troppe difficoltà a spiegare con serie considerazioni scientifiche la questione, invece di filosoficchiare a vuoto. O no?


utente anonimo [Antonio]

#11  04 Dicembre 2011 - 21:21
Mi dispiace Antonio, ma temo che tu ti sia completamente rimbecillito. Infatti, prima hai detto che la Realtà è priva di causa, e ora dici che non esiste alcunché privo di causa. Cazzi bardazzi!
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#12  05 Dicembre 2011 - 01:49
Palasciano disattento e, spero ingenuamente, bugiardo: dove ho mai scritto che non esisterebbe alcunchè privo di causa? Mi citeresti testualmente il passaggio, di grazia?
Ho scritto, semmai, che non vi possono essere "parti" di realtà prive di causa, il che non equivale a dire "alcunchè" come vorresti. Infatti, considerare tutta la Realtà, che è infinita e non ha causa, è un conto; diverso è considerarne solo delle "parti": queste non possono non avere una causa, diversamente da quanto affermi tu ("una parte di essa [la Realtà] dovendo necessariamente consistere in effetto privo di causa", oppure ancora "e che invece un'altra parte [sempre di Realtà] non ha avuto causa"), senza oltretutto dimostrarlo.

Il succo della nostra diatriba è questo: io dico che l'unica cosa a non avere una causa è TUTTA la Realtà, nel suo complesso, tu invece dici che soltanto una parte di essa, e NON tutta, non avrebbe una causa. Benissimo, vorrei tanto darti ragione, ma allora dovresti dirci quale sarebbe questa parte di Realtà, e soprattutto cosa significa che non avrebbe avuto una causa. Per caso, intendi mica che sarebbe venuta fuori dal nulla? E questo implicherebbe, oltre che una contraddizione coi principi di conservazione, anche la complicazione di dover ulteriormente dimostrare l'esistenza del nulla. :-S

utente anonimo [Antonio]

#13  06 Dicembre 2011 - 02:21
Ahimè: chi scriva «dove ho mai scritto che non esisterebbe alcunchè privo di causa?», e poche righe dopo scriva che «a non avere una causa è TUTTA la Realtà», ebbene, o ha qualche problema con la logica, o ha qualche problema con la lingua italiana. Per il resto, è ormai chiaro che hai confuso il non avere una causa con il non avere in sé vigente la meccanica di causa-effetto; or dunque disconfondi i due concetti, rileggi i detti miei, e vedrai quanto sono splendidamente nella ragione, e sempre vi fui; e pur tu vi sarai, s'ivi me segui. Baci disperati.
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#14  06 Dicembre 2011 - 04:22
Avendo premesso che per Realtà, presa nel sua totalità, intendo un unico infinito blocco indivisibile in cui vige il principio di causalità in ogni sua parte, ritengo che tale blocco, ripeto, INFINITO, considerato, ripeto, NELLA SUA TOTALITA', non abbia una causa, essendo appunto infinito. Diverso è invece considerare solo delle sue singole parti, o addirittura una sola come fai tu, le quali non possono non avere una causa non essendo di per sè esse TUTTA la realtà nel suo complesso ma bensì soltanto sue porzioni. Mi spiegheresti dove sarebbe la contraddizione logica in questo ragionamento?

Cercherò di spiegarmi ancora meglio con un semplice esempio molto semplificativo: se vogliamo, possiamo paragonare la Realtà all'insieme infinito dei numeri interi, vale a dire all'insieme infinito che comprende a sua volta i due insiemi infiniti dei numeri naturali (cioè lo zero e gli interi positivi) e degli interi negativi. Volendo riprodurre il principio di causalità, potremmo identificarlo col fatto che ogni numero di tale insieme è la causa di quello successivo attraverso la legge n=n+1, dove n è appunto un qualsiasi intero. Ebbene, è indubbiamente vero che tale legge è valida per ogni n, ma considerando TUTTO l'infinito contenitore dei numeri interi, nel suo complesso, parlare di tale legge non ha più neanche molto senso, ed è esattamente lo stesso ragionamento che faccio io con la Realtà. Essa è infinita, presa nel suo complesso non può avere causa, non avendo confini che la delimitino. La causa ce l'hanno solo le sue singole parti, ma la Realtà tutta, considerata nel suo complesso, come un contenitore senza confini, non può avere causa e dunque essere effetto di niente; viceversa la causalità è evidente invece per ogni sua porzione. Tu affermi invece che almeno una di queste porzioni (e NON l'insieme infinito di tutte le porzioni, cioè la Realtà stessa) non avrebbe causa: ma benedettiddio, ci vuoi dire quale sarebbe questa porzione?

utente anonimo [Antonio]

#15  06 Dicembre 2011 - 20:31
Ecco, appunto: se vuoi paragonare la Realtà alla serie dei numeri naturali, che partono da zero e "arrivano" a infinito, la meccanica di causa-effetto sarebbe la legge del +1; ma allora, non essendoci niente prima dello 0, vedresti che per lo 0 quella legge non vale. E così come nella serie di numeri naturali lo 0, pur facendone parte, non è soggetto alla legge del +1, nella Realtà c'è qualcosa che, pur facendone parte, non è soggetto alla meccanica di causa-effetto. Soddisfetto?
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#16  07 Dicembre 2011 - 00:43
Marchitelli, perchè distorci i discorsi degli altri a tuo uso e consumo? Io ho paragonato la Realtà alla serie dei numeri interi, non dei numeri naturali,  i quali rappresentano solo la metà positiva degli interi, più lo zero. I numeri interi vanno da meno infinito a più infinito, non c'è un punto di inizio. Sei te che vuoi a tutti costi ci sia un punto di inizio, un principio. Come puoi notare, per la serie degli interi il principio di causalità -che abbiamo assunto come la legge secondo la quale, dato un intero n, esso rappresenterebbe la causa del suo successivo n+1 (ma invero potremmo usare una legge algebrica qualsiasi)- è valido in ogni suo punto, cioè per ogni n, negativo, neutro o positivo che sia. Viceversa, il principio non è valido se invece di prendere una sola porzione n,  prendiamo in considerazione TUTTO l'insieme degli n, nel complesso, il quale essendo infinito, non ha un principio, non ha cause e dunque non è "effetto" di niente. C'è e basta. Come la Realtà.

utente anonimo [Antonio]

#17  07 Dicembre 2011 - 02:33
E io lo sapevo che tiravi in ballo il meno infinito! Antonelli, perché sei così prevedibile? così meccanico? così causa-effetto? che tedio! quasi, che odio! No, mai odiarti potrei. Ma avevo intanto, è ovvio, già pronta la risposta: «Ti rendi conto o no che la Realtà è una cosa e che l'astrazione matematica è un'altra? per la strada tu puoi incontrare un gruppo di tre persone, ma certo non incontrerai mai un gruppo di meno tre persone»...

In ogni caso, perdonami ma non posso più né più voglio perder tempo (anche se il tempo non esiste) a continuare questa sterilissima disputa; riparliamone, semmai, quando sarai completamente uscito dall'adolescenza, la quale è (ma finchè uno ci è dentro non può accorgersene) una lente che storce la visione. Davvero, basta con queste cose pedanti; son poeta, e ne soffro; abbi pietà. Ad maiora, ad pulchriora.
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#18  07 Dicembre 2011 - 03:34
Come avevo già premesso, l'esempio dell'insieme degli interi è puramente semplificativo. Non c'entra molto il fatto che a sinistra dello zero ci siano numeri negativi, anzi se proprio ti dà fastidio questa simbologia puoi comodamente sostituire tutti i numeri, sia positivi che negativi, con altri simboli, per esempio delle lettere, la cosa importante è che siano in quantità infinita. Esattamente come è infinita la quanità di regressi causa-effetto della Realtà, diversamente da quanto pensi tu.

Comunque, mi era nota la tua spiccata inclinazione per il monologo, tuttavia non credevo fossi così allergico al dialogo! :-S Percui, da buon adolescente, ne prendo atto e mi taccio. Peccato,  perchè trattavasi di argomenti, almeno per me, estremamente interessanti.

utente anonimo [Antonio]

#19  07 Dicembre 2011 - 13:31
«la cosa importante è che siano in quantità infinita»: peccato che questo dogma sia solo nella tua testa. Difatti, la parte di Realtà che conosciamo - e cioè quella soggetta alla meccanica di causa-effetto - non solo ha avuto un inizio, con un volgarissimo Big Bang, ma è destinata, a quanto pare, a finire, e anche piuttosto miseramente: le galassie si disperderanno, il gelo crescerà, le stelle si spegneranno, gli atomi si disfaranno, le particelle e le onde svaniranno, non rimarrà più nulla.

(Questo lo dice la scienza, quella scienza che tu tanto ami, e che consideri l'unica sacra fonte di verità... fregandotene del fatto che gli scienziati stessi ammettono che la scienza da sola non basta a conoscere il mondo, e che dire che essa basti non è scientifico!)

Fortunatamente c'è un'altra parte di Realtà, che non conosciamo, in cui alberga il principio eterno dell'Essere - non soggetto alla meccanica di causa-effetto.

(Questo non lo dice la scienza, ma la filosofia, e in ispecifico le filosofie come la mia. Ma tu, come sappiamo, dici che la filosofia è una pura stronzata: a questo punto statti con la tua fredda e morta scienza... no, non scienza, scusate, ma scientismo... e buona notte.)
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#20  07 Dicembre 2011 - 14:19
"«la cosa importante è che siano in quantità infinita»: peccato che questo dogma sia solo nella tua testa. Difatti, la parte di Realtà che conosciamo - e cioè quella soggetta alla meccanica di causa-effetto - non solo ha avuto un inizio, con un volgarissimo Big Bang, ma è destinata, a quanto pare, a finire, e anche piuttosto miseramente: le galassie si disperderanno, il gelo crescerà, le stelle si spegneranno, gli atomi si disfaranno, le particelle e le onde svaniranno, non rimarrà più nulla."

La teoria del Big Bang, lungi dall'essere oltretutto completamente definita (i primissimi infinitesimi istanti non sono ancora stati indagati), tuttavia, descrive il comportamento di un Universo (il nostro) a partire da un punto: ma che quel punto sia il principio di tutto, escludendo che prima ci fosse il nulla, è soltanto, tanto per farti il verso, un dogma che alberga nella tua testa. Per esempio, tanto per cominciare, potresti leggerti questo articolo tratto da Le Scienze:

http://www.lescienze.it/news/2010/11/24/news/l_universo_prima_del_big_bang-553900/

E ne ricordo un'altro ancor più bello e dettagliato uscito uno o due numeri fa sempre in Le Scienze. Lo (ri)cercherò.

Fidati Marco, gli è che stai un po' indietro coi passi della Scienza, tutto preso dalle inutilità filosofiche. :-S

utente anonimo [Antonio]

#21  07 Dicembre 2011 - 18:32
Pardon, intendevo dire "escludendo che prima ci fosse qualcosa" (anzichè il nulla), e "un altro ancor più bello ecc." (anzichè un'altro con l'apostrofo :-O)

utente anonimo [Antonio]

#22  07 Dicembre 2011 - 20:50
Ma guarda che, credendo di darmi torto, mi hai dato ragione: infatti prima del Big Bang, se fu uno, o del primo di vari Big Bangs, se fur vari (dire «prima» è inesatto, perché il tempo non c'era [e forse non c'è neanche adesso], ma pazienza...), non c'era certo il nulla, bensì puramente il principio eterno dell'Essere; questo, non altro, è quello che io credo (e che tu, per tua ebefrenia, non credi). Come puoi affermare che io affermi che alla base di tutto ci sia il nulla, visto il titolo della prossima puntata del mio seminario? non ci hai fatto caso? eppure è scritto nel programma da ormai quasi tre mesi: Alla base di tutto non c'è il Nulla ma il Tutto.
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#23  08 Dicembre 2011 - 00:09
Temo vi siate infilati in una selva di affermazioni indecidibili.

Qui si considera la posizione di chi afferma che 1) la realtà è causalità; 2) la realtà come tale, in quanto causalità, è causa di sé stessa, dunque non ha causa. Ciò vuol dire che o la causalità non è reale, o che la realtà non è causalità. In altre parole, un esempio molto lambiccato e contorto di applicazione dei teoremi di incompletezza, in cui entrambi i contendenti affermano il vero e il falso contemporaneamente, e non ne verranno mai a capo...

DV


utente anonimo [Daniele Ventre]

#24  08 Dicembre 2011 - 00:24
Insomma, prima dici che la Realtà non solo ha avuto un inizio col Big Bang (e non è vero), ma è destinata pure a finire miseramente (e non è altrettanto vero), e ora ti rimangi tutto. Mah, deciditi!

Poi: "Prima del primo di vari Big Bangs", è un'affermazione che va dimostrata per poter essere proferita, perchè secondo le nuove teorie non vi sarebbe un primo Big Bang seguito da infiniti altri, ma infiniti Big Bangs (o, secondo un'altra teoria ancora, collisioni, non esplosioni, ma la sostanza non cambia) che da sempre si susseguono in maniera ciclica nell'eternità. Torniamo dunque al punto di partenza: se hai l'ardire di affermare che v'è stato un primo Big Bang: devi dimostrarlo! Perchè sei inchiodato al dogma infantile di un principio primo causa di tutto il resto? Tanto vale che diventi cristiano e cominci a credere in Dio creatore del cielo e della terra e di tutte le cose ecc.. :-S
Senza contare poi l'assoluta inappropriatezza di anacronistiche considerazioni filosofiche in un contesto altamente scientifico quale è quello che stiamo trattando: in cosa consisterebbe, da un punto di vista scientifico, questo "principio dell'Essere" che precederebbe il primo dei vari Big Bangs, volendo anche tralasciare il fatto che un primo Big Bang, stando alle nuove teorie, non vi fu manco per niente? Perchè hai bisogno di ricorrere alla fantasia, alla stregua dei peggiori fanatici religiosi, per spiegare la Realtà, quando l'unica Maestra fonte di vera conoscenza in grado di spiegare come essa funzioni è la Scienza? Tutto il massimo e dovuto rispetto per la fantasia, nobilissimo mezzo artistico, letterario e filosofico, ma che rimanga al suo dannatissimo posto! :-D

utente anonimo [Antonio]

#25  08 Dicembre 2011 - 00:30
PS: mentre scrivevo è intervenuto, immagino, Daniele Ventre, che approfitto per salutare cordialmente. Rileggo l'intervento e se avrò qualcosa da dire, lo dirò.

utente anonimo [Antonio]

#26  08 Dicembre 2011 - 00:54
Caro Daniele, come ben saprai, una ipotesi, una congettura, anche una semplice affermazione, è indecidibile quando, contemporaneamente: 1) è indimostrabile: quando cioè è impossibile dimostrare che sia vera; 2) è irrefutabile: quando cioè è impossibile dimostrare che sia falsa. Un esempio concreto di congettura indecidibile è la famosa ipotesi del continuo formulata da Cantor,  la cui indecidibilità fu dimostrata  nel Novecento mi pare dal logico Paul Cohen (vado a memoria da alcune lezioni di logica di Odifreddi).
Ora, io non credo di aver mai affermato niente di indimostrabile, nè di irrefutabile, quantomeno consciamente: mi sono limitato a riportare quelle che sono le più attuali posizioni teorico-scientifiche riguardo alle origini, se mai vi furono, della Realtà. Se qualcosa vi è di indimostrabile o di irrefutabile in ciò, sarà in ogni caso la Scienza stessa a stabilirlo. Ma mai mi permetterei di ricorrere alla fantasia o a concetti che scientificamente non stanno nè in cielo nè in terra per spiegare la Realtà.

utente anonimo [Antonio]

#27  08 Dicembre 2011 - 02:22
Ora veramente basta; il buon Ventre, tra qui e altrove, mi ha fatto ben capire quanto sia inutile tutta questa disputa, per complesse ragioni che sarebbe qui noiosissimo tentare di riassumere, quindi facciamo finta che semplicemente io mi sia espresso male e Antonio abbia inteso peggio.

Quanto a te, che più che ad assistente ti atteggi a serpe in seno, ma non ti accorgi di quanto risulti imbarazzantemente saccente ai nostri lettori? «assoluta inappropriatezza di anacronistiche considerazioni filosofiche in un contesto altamente scientifico»: ma da dove ti escono queste amenità distruttive? ma chi pensi di essere, la reincarnazione di Galilei? ma quale contesto altamente scientifico, se non sei uno scienziato e non hai neanche un briciolo di umiltà scientifica, tu, senza contare che la scienza di oggi sta a quella di domani come il flogisto sta alla termodinamica? ma quali anacronistiche considerazioni, se non hai manco capito il mio pensiero, che almeno rispetto al tuo sta avanti di diecimila anni? e come osi definirmi, addirittura, «inchiodato a un dogma infantile»? quel cosiddetto dogma, a parte che l'hai mal inteso (soprattutto perché non vuoi intendere), è infantile solo nel tuo giudizio: un giudizio quello sì veramente infantile, nella sua irritante ostinazione a sentenziare che «l'unica Maestra fonte di vera conoscenza in grado di spiegare come funzioni la realtà è la Scienza», quando gli scienziati veri (cosa che tu non sei e non sarai mai) dichiarano essi stessi che la scienza non è la sola forma di conoscenza valida: l'ho già detto, e ripetuto, e tu manco per il cazzo! niente! non vuole entrarti nella testa! mi viene da urlarti «Imbecille...» ma devo trattenermi, poiché il mio amore per te è grande e dopo starei molto male; ciononostante, credo che adesso andrò a prendere a bastonate un cuscino con una mazza, figurandomi che sei tu, poiché devo pur sfogarmi in qualche modo.
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#28  08 Dicembre 2011 - 03:16
Premessa: non sono molto abituato a rendere conto delle offese rivoltemi: le ritengo soltanto sterili provocazioni, e in quanto tali sono solito ignorarle.
Se, viceversa, si vuole entrare nel merito delle questioni in gioco, bene, e allora sarò anche disposto a continuare un sano e costruttivo dibattito. Altrimenti mi vedrò costretto a rinunciarvi.

Tornando in tema: Scienza e filosofia hanno convissuto nello stesso letto per molto tempo, in tempi remoti si può dire quasi addirittura che eran la stessa cosa, ma con il graduale e secolare processo di specializzazione e settorializzazione delle scienze, credo che oggi sia del tutto inammissibile cercare di incastonarvici ancora per forza concetti filosofici vecchi come il mondo. In questo senso parlavo di anacronismo di certe espressioni filosofiche applicate in un contesto scientifico. Ritengo che la Scienza sia ormai un organismo finalmente adulto in grado di badare benissimo autonomamente a se stessa, facendosi quotidianamente domande e dandosi altrettanto quotidianamente e soprattutto, ribadisco, autonomamente delle risposte. Ciò che non è oggi ancora possibile spiegare scientificamente, se si vuole rimanere coi piedi ancorati a terra, non può essere spiegato che dalla Scienza stessa in futuro e da nient'altro, tantomeno che dalla filosofia (infatti, se la filosofia spiegasse qualcosa di reale, allora cesserebbe di essere tale e diventerebbe scienza a tutti gli effetti, esattamente quello che poi è avvenuto nel corso dei secoli).

utente anonimo [Antonio]

#29  08 Dicembre 2011 - 04:41
Basta; i tuoi sono puri pregiudizi; e, su chi ha offeso chi, non rivoltare la frittata. Ma guardàtelo! scrive «Scienza» con la maiuscola e «filosofia» con la minuscola, apposta! che provocatore di basso livello! ma vattene a spalare gli effetti!
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#30  08 Dicembre 2011 - 13:45
Certo che scrivo filosofia con la minuscola, e non è certo per provocare come credi tu: semplicemente, come sai, non riesco ad avere alcuna considerazione e alcun rispetto per qualcosa che pretenderebbe, talvolta, di sostituirsi alla Scienza, ma senza il rigore e la precisione della medesima. Un po' come religione, non riuscirei mai a scriverlo con la maiuscola. Stia al suo posto! e allora tornerò a scrivere filosofia con la maiuscola.

Comunque, mi rendo conto che non si vuole entrare nel merito di un bel niente (è stato di nuovo espresso un giudizio nei miei confronti senza giustificarlo). Hai ragione, basta così.

utente anonimo [Antonio]

#31  08 Dicembre 2011 - 14:21
Eh, no, no, troppo comodo; adesso tu contatta Sante, che è uno scienziato, e vedi un po' che cosa ti risponde. Ma già ti posso anticipar qualcosa: «Ci sono molte cose che la scienza non è in grado di trattare neanche in principio», ha appena detto in facebook. Con buona pace della tua, e requiescat, idolatria scientista.
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#32  08 Dicembre 2011 - 14:43
Ma non lo metto in dubbio: ciò che io dico, è che se qualcosa non è spiegabile neppure dalla Scienza, allora non è spiegabile da nient'altro, men che meno che dalla filosofia, a meno di non volersi  accontentare della pura chiacchiera.

utente anonimo [Antonio]

#33  08 Dicembre 2011 - 15:14
L'affermazione «se qualcosa non è spiegabile neppure dalla scienza, allora non è spiegabile da nient'altro» è un'affermazione filosofica, non scientifica. Quindi sei in perfetta autocontraddizione: hai utilizzato una pratica di pensiero per dimostrare l'inutilità della pratica stessa. Meraviglioso.
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#34  08 Dicembre 2011 - 17:46
Bah, a me pare, più che un'affermazione filosofica, molto più banalmente un mero dato di fatto, come tutti i dati di fatto puramente scientifici.  Altrimenti, dato che la Scienza si occupa di indagare e spiegare la Natura, la Realtà, dovrebbe saltar fuori qualche fenomeno naturale, che sarebbe possibile spiegare filosoficamente e non scientificamente. Ciò lo ritengo personalmente impossibile. Ma sono ben liete prove che mi smentiscano.

utente anonimo [Antonio]

#35  09 Dicembre 2011 - 00:09
No, non è per niente un «dato di fatto» (anche se hai ragione sul «banalmente»: il tuo scientismo è banalissimo; sia chiaro, non lo dico come offesa, ma solo come... dato di fatto).

E a proposito di «dati di fatto puramente scientifici»:

«Dire che la scienza si attiene solo ai dati di fatto significa dire semplicemente che la scienza considera reale solo ciò che si nelle modalità attese da quel fare operativo che è proprio delle sue ipotesi. Dire che la scienza è esatta significa dire che la scienza non si prende cura della verità (alétheia), ma solo di ciò che sortisce (es-) dalla sua attività (-atto). Come "teoria del reale" la scienza non contempla (theáomai) il reale, ma controlla se il reale osserva le ipotesi anticipate, se il reale corrisponde al trattamento a cui è stato sottoposto dalle ipotesi» (Umberto Galimberti, Il tramonto dell'occidente, p. 393).

Te capì? «la scienza non si prende cura della verità».

Della verità sai chi si prende cura? la filosofia!
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#36  09 Dicembre 2011 - 02:49
Bene, applausi, bis. Adesso la Verità ce la facciamo raccontare dai filosofi (speriamo almeno di non affidarci a filosofi col vizietto del plagio, ogni riferimento ai Galimberti sopracitati è puramente casuale)!  E soprattutto, Marco, se dovesse percaso, ma facciamo tutti gli scongiuri del caso, balenarti per la testa il dubbio di avere un tumore al pancreas, mi raccomando, per sapere se è vero, prenota una bella visita dal tuo filosofo di fiducia. E occhio al rilascio della fattura: sai, alle volte, sti' filosofi...

utente anonimo [Antonio]

#37  09 Dicembre 2011 - 16:41
(Chi crede di metter nel sacco, con queste abusate battute? miralo il saputello dispettoso...)

Ovviamente i filosofi pure van dal medico, tant'è che giust'oggi t'ho mandato in farmacia (no, cari lettori, non a prender bende per fasciargli le piaghe delle mie mazzate...); ovviamente la medicina e le altre scienze e tecniche son ben riconosciute dai filosofi pure, e dai poeti, ecc., per il valore d'uso ch'ànno esse; ma ciò altrettanto ovviamente non toglie che il campo della conoscenza scientifica abbia i limiti che ha, per la natura stessa della scienza, e che piuttosto lo scopo di «elaborare una visione generale della realtà» (Enciclopedia universale Garzanti, p. 549) sia precisa competenza, per sua natura, di quella «ricerca dei fondamenti comuni del sapere nelle sue varie forme» (scienza inclusa) che è la filosofia. Se poi vai alla voce scienza, trovi tra l'altro scritto bello chiaro che «Poiché [...] le leggi [scientifiche] hanno forma di asserti universali, una loro verifica definitiva risulta irrealizzabile». Insomma: la scienza non è sufficiente, e la filosofia è necessaria. Per saperlo ti bastava sfogliare una qualsiasi enciclopediola da comodino.

Necessaria, ma non a tutti, certo. Ai contadini e alle bestiole loro, probabilmente, no. E qui concluderei, citandoti un de' massimi filosofi (M. Heidegger, Introduzione alla metafisica):

«È quanto mai giusto dire che la filosofia non serve a niente. L'errore è di credere che con questo ogni giudizio sulla filosofia sia concluso. In realtà resta da fare una piccola aggiunta sotto forma di domanda: se cioè, posto che noi non possiamo farcene nulla, non sia piuttosto la filosofia che in ultima analisi è in grado di fare qualcosa di noi, se appena ci impegniamo in essa».

Far di te, figliuol mio, a esempio, un uomo.
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#38  09 Dicembre 2011 - 17:33
Che la Scienza abbia, per sua stessa natura, dei limiti, non lo metto nè l'ho mai messo in dubbio. Per poter comprendere a fondo la Realtà nella sua intima ed ultima essenza occorrerebbe uscire da essa e osservarla da una prospettiva che non implichi nessuna (neppure infinitesima) influenza sulla medesima. Questo è impossibile per la Scienza, figuriamoci poi per quella branca dell'Umanistica che è la filosofia. Però la scienza ha le capacità di avvicinarvisi, col suo rigore, col suo ordine,  con la sua precisione, coi suoi metodi, coi suoi sempre più accurati strumenti di indagine e soprattutto con la sua estrema logica e coerenza interne. Viceversa, non mi pare che queste siano in genere le "armi" in dotazione della filosofia, anzi in parecchi casi proprio i loro opposti, ma tengo a ripetere che, seppure la filosofia adottasse i criteri e gli strumenti comunemente utilizzati dalla Scienza per il raggiungimento dei suoi fini, allora cesserebbe all'istante di essere filosofia e sarebbe da considerarsi a tutti gli effetti Scienza (che, diciamocelo, non è poi motivo di nessuna vergogna, come invece, non si capisce bene perchè, voglia fare intendere tu; anzi, dal mio punto di vista è il massimo di ogni "vanto" possibile).

Quanto a tutte quelle difinizioni citate da te lì: mah, francamente non so cosa farmene. Si limitano banalmente ad affermare cosa sia la filosofia, ma senza dire come essa operi per il raggiungimento dei suoi fini. Insomma, tanto, troppo fumo e niente arrosto. :-S

utente anonimo [Antonio]

#39  09 Dicembre 2011 - 19:57
Quanto ranno e sapone che ho sprecato,
a lavare la testa al mio assistente!
alla fine non ha capito niente,
ché niente vuol capire: è ormai acclarato.
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#40  10 Dicembre 2011 - 02:19
No, seriamente, rileggendo qualche riga più sopra, riuscire anche solo ad immaginare che "precisa competenza" (sic) della filosofia sia quella  di "elaborare una visione generale della realtà" (ri-sic), fa un po' sorridere pensando che nel mondo vi sono -un po' come le religioni- tante filosofie quanti atomi in una mole di sostanza. Troppa confusione! :-S
Lasciamo questo ingrato compito alla Scienza, che quantomeno, coerentemente, si avvale a tale scopo, da sempre (e non, come le filosofie, i cui linguaggi cambiano in funzione delle mutevoli mode passeggere, se non addirittura proprio da filosofo a filosofo), di un linguaggio universale: quello matematico. Tutto il resto è vuoto chiacchiericcio. :-P

utente anonimo [Antonio]

#41  13 Dicembre 2011 - 18:35
:) Mi scrive il caro prof. Franco Cuomo (quello di cui trovi citata sui manifesti di De natura mundi la frasettina che mi definisce):


[...] Quello che [...] andrebbe spiegato al tuo giovane assistente, e tu potresti farlo con raffinato eclettismo, è che la sua idea di scienza come sola forma di conoscenza possibile è semplicemente una credenza, una mitologia, al pari dei racconti favolistici di qualsiasi epoca passata, o meglio ancora una ideologia.

Non c’è dubbio che la scienza contemporanea, sviluppatasi alla fine del Cinquecento attraverso il passaggio dell’alchimismo e del naturalismo rinascimentale, abbia, conseguentemente agli sviluppi della tecnica, fatto progressi giganteschi (quando dico questo penso in genere soprettutto alla medicina), ma rispetto alla concezione del mondo e dell’universo e dell’uomo e della sua origine potresti raccontargli che poco è stato fatto rispetto alle concezioni di Leucippo e di Democrito o rispetto a quelle di Bernardino Telesio o di Giordano Bruno, se non una innovazione dei modelli linguistici e/o matematico-fisici che hanno solamente cambiato gli scenari della rappresentazione, ma che non hanno modificato di granché quello che l’umanità su sé stessa conosce da sempre: le cosmogonie contemporanee non sono poi così diverse dai racconti mitici, e la fisica delle particelle non è poi così lontana dalla metafisica.

Sia chiaro! io non sono un avversatore della scienza e anzi sostengo che tutto l’apparato disciplinare a essa legato [...] dovrebbe essere meglio insegnato nelle scuole italiane, dove per molti decenni si è coltivato il culto della cultura umanistica, includendo in essa erroneamente anche la filosofia.

Quello che mi sforzo invece costantemente di denunciare è il modello di scienza come Weltanschauung, per il quale essa, la scienza, sarebbe l’unico approccio possibile alla conoscenza; e anzi dovresti sforzarti di fargli capire che se esistono due termini per definire due concetti apparatememente simili, ma in realtà diversissimi: scienza e conoscenza, un motivo certamente ci sarà.

[...] Per chi ti scrive, poi, la filosofia ha anche il compito di costruire un progetto politico di emancipazione [...]. Devi dire al tuo giovane assistente che la filosofia non ha niente a che fare con la scienza e che lui, se vuole, può coltivare l’amore e l’interesse per quest’ultima, ma che la filosofia aiuta a rispondere a certe domande che non portano a vuote o banali riflessioni astratte, ma importanti problemi di convivenza sociale del nostro tempo. È possibile una fondazione razionale del pensiero pratico? Esiste una morale razionalmente ‘vera’? Se sì, in che modo vi si può risalire dal momento che la storia non ci dà testimonianza di una sola norma universalmente accettata in tutte le società di Homo sapiens? E se no, come è possibile salvarsi dal nichilismo e dalla legge del più forte?

Insomma caro Marco, esiste ancora una necessità della filosofia ed esiste oggi più che mai e io e te lo sappiamo, purtroppo non lo sanno gli altri perché [...] quel linguaggio [...] si è incredibilmete degradato. L'essenza di questa crisi che stiamo vivendo tutti [nota: non si riferisce alla crisi economica] è quella di aver messo sullo stesso piano filosofia e discorsi da bar o in altre parole: sono in troppi a dire troppe cose e a dirle in maniera volutamente approssimativa, perché la gente non presta più attenzione alle parole. E infatti la caratteristica saliente di questa crisi è un crescendo di confusione [...].

Servirebbe invece qualcuno capace di ridare un ordine ai problemi ovvero di ristabilire il posto alto alla filosofia, e i filosofi ci sono. Dovresti consigliare al tuo giovane assistente di leggere Alain Badiou, per esempio, o Étienne Balibar e Alain Brossat, o Slavoj Zizek, ovvero pensatori che fanno partire le loro considerazioni filosofiche da ambiti diversissimi: il cinema, la psicoanalisi, la pratica dell’azione sociale.

Dovresti provocarlo e svegliarlo dall’imbesuimento che la scienza sia tutto, pensiero per altro anche un poco superato e non condiviso né dagli scienziati, né dagli epistemologi; se non ci riesci non so cosa altro suggerirti che non ti abbia suggerito.

Oppure digli solamente che la filosofia è un grande valore sempre e soprattutto oggi. Sarei tentato di dire che è più significativo e importante ora di quando ho cominciato a interessarmene io. I problemi sono cresciuti, il mondo si è reso più complesso e davanti alla sua comprensione le soluzioni semplici falliscono sempre, e ancora di più quelle mitologiche (come lui intende la sua scienza) [...].

[...] il richiamo e la considerazione del carattere plurimo dei problemi, dell'assenza di soluzioni facili, è una grande ricchezza data dalla filosofia; è una lezione grande che i classici ci dànno sempre, basta leggerli. Con le soluzioni facili, antifilosofiche per eccellenza, bisogna ricordare che il mondo rischia molto [...].

Da interfaceworld.blogspot.com
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lunedì 28 novembre 2011

Umano, semiumano, disumano

S'è tenuta a Palazzo Lanza domenica 27 novembre dinanzi a tredici spettatori, lunga 170 minuti intervallo compreso, la lezione-spettacolo The Doctor and the Robots. La guerra delle due cose: anima e corpo, n. 9 del seminario di Marco Palasciano De natura mundi. L'interpretazione del mondo in ottanta giorni.

Preceduta anche stavolta da un quiz a premi (vincitore lo stesso spettatore della scorsa volta), la lezione
ha trattato della serie di fantascienza inglese Doctor Who, per cominciare; delle varie inquietanti figure, in essa, di esseri artificiali pseudoumani; di come esse possano allegorizzare la necessità (in opposizione alla libertà) e la meccanica (in opposizione alla volontà), e di come i robot senza faccia evochino più angosciosamente che mai la mortificazione dell'anima; di come il Dottore possa, di contro, allegorizzare libertà, volontà e altro tra cui la sapienza o, nel senso noto ai greci d'epoca arcaica, la «memoria» (il potere, conferito agli aedi dalle Muse, di contemplare contemporaneamente passato, presente e futuro); della grandezza e umiltà del Dottore, e suo rapporto con gli amici e assistenti di turno; di come la correzione del passato operata dai viaggiatori del tempo possa allegorizzare la filologia e il restauro della verità storica; dei Dalek, dei Cybermen, dei robot, delle statue e manichini e bambole viventi; quindi delle bambole gonfiabili, delle prostitute e dei cadaveri (mummie, scheletri, zombie); dell'incubo di ridursi da uomo a macchina (cfr. Richard Matheson, Deus ex machina, 1963; i già citati Cybermen; i Meganoidi di Daitarn 3; i Borg di Star Trek: The Next Generation; Shinya Tsukamoto, Tetsuo, 1989); dei techno-addicted e, di contro, dei luddisti.

E ancora: di lavoro alienato, burocrazia, militarismo; delle formiche; della catena alimentare; delle società animali non puramente utilitaristiche (tra orge di scimmie, altruismo di delfini e cani ecc.); delle scelte e dell'etica; di olos e oklos, e delle scelte sbagliate in merito (l'individuo che si pone al di sopra dell'olos, e l'oklos che si pone al di sopra dell'individuo); della scelta di non scegliere, e degli ignavi; delle droghe, e della volontà di privarsi della volontà; di come le droghe non amplino la percezione abbastanza da condurre alla creazione di capolavori superiori alla Sinfonia n. 9 di Beethoven, né alla Commedia di Dante ecc.; della teoria di Plotino circa la scelta dell'anima di scindersi nel molteplice e "scendere" dall'alocale e atemporale allo spaziotempo; del Clinamen, e sua analogia con le fluttuazioni statistiche del nulla quantico, dalle quali potrebbe aver avuto origine la realtà; della possibile preesistenza della coscienza alla materia; di Lila e Nitya (vedi Gli gnostici orientali in Robert S. de Ropp, La via della completezza, 1988); dell'idea di realtà come sogno di "Dio", talvolta incubo (vedi dolore, malattia, miseria, deformità, malvagità, follia ecc.), e della teodicea; di come l'amore possa rendere sopportabili i difetti e tristezze dell'universo, e debba perciò venire collocato a fondamento dell'etica universale; dell'anelito dei maghi rinascimentali a ritornare al mondo del puro spirito; della scala erotica platonica; di come i limiti della materia siano fastidiosi per la mente tesa alle cose più nobili; di come il narrare storie, secondo Esiodo e altri, aiuti chi le ascolta a dimenticare momentaneamente i propri dolori; di come la fantascienza sia l'ultima incarnazione della mitologia; di come i greci dell'epoca di Omero non intendessero corpo e anima come enti separati, a differenza di Platone; delle argomentazioni platoniche sull'immortalità dell'anima (vedi Fedone).

E ancora: della differenza tra Montaigne e Cartesio quanto a disinvoltura nei confronti della corporeità; dell'anoressia come rifiuto del corpo e tensione al puro spirito o, all'opposto, come attenzione eccessiva al corpo, giacché chi più bada allo spirito meno si cura del proprio aspetto fisico; di Alcibiade e del suo amore per Socrate «sileno»; dell'estetica delle membra impegnate nell'intervento sul reale (la mano che opera, l'atletica, il discorso ecc.); della bruttezza dell'offesa, e della bellezza della difesa; dell'eccesso spiacevole e vano; della questione se sia possibile un'estetica universale; del pudore; di come il naturismo renda vane eventuali «pippe filosofiche» sull'associazione delle cosiddette pudenda alla vile necessità, e d'altre membra alla nobile volontà; di come in tali «pippe», a esempio, la bocca possa dirsi nobilitata dalla parola, e l'ano avvilito dal peto, ma la multifunzionalità degli organi mostri la non fissità dei rispettivi ruoli e li ribalti mostrandoci una bocca avvilita dal rutto e un ano nobilitato dall'essere oggetto d'attenzioni erotiche; della comicità basata sulla meccanica e sulla bestialità, e della sua utilità come antidoto alla superbia, in ispecie nelle scene di contrasto (atti bassi in un contesto alto, e viceversa); di come la tragicità della morte sia proporzionale alla ricchezza del vissuto e della rete affettiva del morente (la morte di un malvagio amato da nessuno potrà tendere al comico, ma basterà l'arrivo di un cane che per essa sia triste a riconferirle tragicità); di come, se la realtà è un gioco in cui la morte è illusoria, per ben giocare si deve tuttavia credere che la morte sia effettiva; della «pippa» per cui, se il mondo materiale è un carcere per le anime, rapite a una realtà superiore, la donna incinta può destare orrore, essendo la porta di tale carcere; della «pippa» contraria per cui, se il mondo materiale è l'unica realtà in cui l'essere possa essere, la donna incinta può destare ammirazione; dell'aborto, e della questione se una vita abbia valore di per sé o in proporzione alla ricchezza del suo vissuto e della sua rete affettiva; della questione su che cosa sia una persona, e le altre nove grandi questioni filosofiche del XXI secolo; di come secondo Sloterdijk un'essenza ultima dell'uomo non esista; del postumano; del possibile incontro futuro con civiltà extraterrestri, del cosmopolitismo in senso letterale e della possibile evoluzione naturale o artificiale in forme di vita pressoché puramente spirituali (vedi per es. Star Trek 2×20, Ritorno al domani); dei Krell (vedi Fred McLeod Wilcox, Il pianeta proibito, 1956), e di come gran parte delle nostre scelte dipenda dall'inconscio.

E ancora: del convegno Neuroscienze: determinismo o libertà? (Milano, maggio 2011); di come il rapporto cervello-mente non sia comparabile al rapporto hardware-software, e non si possa dire che la libertà non esiste; di come la conoscenza sia possibile (perché noi Siamo e l'Essere è Verità) ma ciò non tramite la sola scienza, bensì tramite il sinergismo di scienza, filosofia e poesia; di come il metodo scientifico si basi sugli esperimenti, e questi non possano essere infiniti, ergo la "verità" della scienza è puramente statistica; di come il principio di causa-effetto, se pure non è illusorio (sulla sua presunta illusorietà vedi Hume), non può essere valido in tutta la realtà, una parte di essa dovendo necessariamente consistere in effetto privo di causa; di come dalla compiuta consapevolezza di questo possa derivare l'«estasi razionale» palascianiana; di come lo scienziato sia consapevole dei limiti della scienza, mentre non lo è il filosofo scientista (difatti non è scientifica l'affermazione che la conoscenza scientifica sia l'unica forma possibile di vera conoscenza); di come l'uomo non sia riducibile al proprio cervello, bensì il suo essere sia costituito da due diversi ordini di fattori, cioè fenomeni materiali (misurabili) e fenomeni (immensurabili) che possono definirsi «spirituali»; di come la coscienza non sia mera vigilanza, e di come la stimolazione magnetica transcranica dimostri che le reti neurali in stato "vegetativo" hanno reazioni simili a quelle in stato di veglia; di come sia, invece, indimostrabile che la coscienza emerga dalla mera fisica e chimica del cervello; dell'intelligenza artificiale; degli zombie fenomenici di Chalmers; del solipsismo; del body-mind problem; del dubbio cartesiano sul «demone ingannatore» (cfr. f.lli Wachowski, The Matrix, 1999) e del cogito ergo sum; dei sentimenti bassi e alti; della fonte trascendentale delle sensazioni; della suprema nobiltà di intelletto e volontà; della stupidità di chiunque tenti di sminuire l'uomo o la Terra col dirli piccolissimi a petto del cosmo e perciò insignificanti; di come il finito sia parte dell'infinito; di come parte della natura possa ridenominarsi default, e della stupidità di ogni dottrina che ritenga tecnologia, cultura, eros non procreativo ecc. antitetici alla natura quando semplicemente destituiscono il default, come è loro diritto se non dovere; del compito dell'uomo, secondo la filosofia rinascimentale, di effettuare il prolungamento della cosmogenesi.

E ancora: dell'androide di Alberto Magno, dell'homunculus di Paracelso, del golem; dei costruttori di automi giocattolo, da Ctesibio a Jacques de Vaucanson; dell'Olimpia di Hoffmann (in L'uomo della sabbia, 1817) e del mostro di Mary Shelley (in Frankenstein, 1818); del Coppelius palascianiano (bisnipote del Coppelius hoffmanniano), amante del trasformare le macchine in esseri umani e gli esseri umani in macchine;  degli eredi del Pinocchio di Collodi (1883): L'uomo bicentenario di Asimov (1976) e il David di Kubrick e Spieberg (A.I., 2001); dell'esaustivo campionario di macchine e ibridi uomo-macchina del mondo di Masamune Shirow (Ghost in the shell, 1989-2003); delle tre leggi asimoviane della robotica; della ribellione delle macchine (vedi per es. la saga di Terminator, 1984-2009); di Raymond F. Jones, L'incubo dei Syn, 1956; di Karel Čapek, R.U.R., 1920; degli Epsilon (Huxley, Il mondo nuovo, 1932); dei Morlock (Wells, La macchina del tempo, 1895); degli omuncoli (Nievo, Storia filosofica dei secoli futuri, 1860); di come in realtà la liberazione dal lavoro alienato non indurrà necessariamente l'umanità all'indolenza e alla decadenza culturale, ma anzi favorirà il genio; della fanciullezza e adolescenza di M.P. in condizioni favorevoli analoghe a quelle in un panopticon delle Wunderkammern (vedi De Magna Rota Rerum Humanarum, lezione VI).

Infine, essendo la vigilia del 120° anniversario della morte di Ferdinando Palasciano, si è accennato alla parte che riguarda il celebre medico e umanista nelle memorie di Eduardo Dalbono (raccolte da Benedetto Croce in La scuola napoletana di pittura del secolo decimonono e altri scritti d'arte, 1903); e al romanzo che Marco Palasciano ha da finir di scrivere entro il 2015, per l'occasione del 200° anniversario della nascita del prozio Ferdinando, sulla vita d'un tal Dottore; e a come di quest'ultimo fungerà da antitesi il professor Coppelius.



La lezione n. 10, Il mirino di Amleto. Te lo do io il laboratorio teatrale (e filosofico), si terrà lunedì 5 dicembre alle ore 21.45 spaccate a Palazzo Fazio (Capua, via Seminario 10). Come sempre, gratis.

mercoledì 23 novembre 2011

Tra anima e corpo, robot e dottori

Comunicato stampa su The Doctor and the Robots, nona lezione-spettacolo di De natura mundi. Vi preghiamo di copiarlo, incollarlo e pubblicarlo ovunque; e grati vi saremo, in eterno e all'estremo.


Fotogramma da Metropolis (1927) di Fritz Lang.


Prosegue con la nona delle sue dodici puntate a ingresso gratuito il seminario-spettacolo “De natura mundi. L’interpretazione del mondo in ottanta giorni”, a cura dell’Accademia Palasciania (in collaborazione con Associazione culturale Architempo, Cooperativa culturale Capuanova, Libreria Guida Capua e Librerie Uthòpia). Un viaggio straordinario tra scienza, filosofia, gioco e poesia con per guida Marco Palasciano («autentico genio delle parole e del pensiero», nella definizione del filosofo Franco Cuomo), che alterna le sue lezioni tra le sale di due dei piú prestigiosi palazzi di Capua.

Alle ore 21.30 di domenica 27 novembre, a Palazzo Lanza (corso Gran Priorato di Malta 25) incontreremo “The Doctor and the Robots. La guerra delle due cose: anima e corpo”. La questione body/mind, già introdotta durante la scorsa puntata (“Chrisztomania”) e qui ripresa, sarà letta non solo in chiave fisiologica e filosofica (dagli aedi a Platone, da Cartesio alle neuroscienze) ma anche in chiave fantascientifica, orrorifica ecc., tra Pinocchio e i Terminator, con riferimento nel titolo alle tante creature robotiche e variamente finto-umane incontrate nei suoi viaggi dal protagonista di “Doctor Who”. Un altro Dottore in gioco sarà il medico e umanista Ferdinando Palasciano (1815-1891), del quale sarà la vigilia del 120° anniversario della morte, e al quale farà da contraltare nella nostra Wunderkammer immaginaria il diabolico professor Coppelius, maniaco del trasformare gli esseri umani in macchine e le macchine in esseri umani.

L’appuntamento successivo, “Il mirino di Amleto. Te lo do io il laboratorio teatrale (e filosofico)”, è per il 5 dicembre a Palazzo Fazio (via Seminario 10); quanto alle ultime due puntate, l’undicesima si terrà a Palazzo Lanza domenica 11 dicembre, e la dodicesima a Palazzo Fazio lunedí 19 dicembre; si veda il programma completo in http://palasciania.splinder.com/post/25642034/.

martedì 22 novembre 2011

Divinizzare è uccidere due volte

S'è tenuta a Palazzo Fazio lunedì 21 novembre dinanzi a undici commossi e divertiti spettatori, lunga quasi tre ore (intermezzo compreso), la lezione-spettacolo Chrisztomania, n. 8 del seminario di Marco Palasciano De natura mundi. L'interpretazione del mondo in ottanta giorni.

Preceduta anche stavolta da un quiz a premi (vincitore Oscar G.), la lezione si è divisa in due parti, la I lunghissima (su Gesù di Nazaret e il cristianesimo), la II più breve (sull'incompatibilità del fondamentalismo religioso con la vita e l'amore); l'intermezzo si è perciò piazzato a metà della parte I (appena concluso il racconto della vita di Gesù); si sono quindi tenute la seconda metà della parte I (un compendio di storia del cristianesimo da Paolo di Tarso a Benedetto XVI) e, senza soluzione di continuità, la parte II.


Fotogramma dal Vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini.
Parte I: Vita, mito e strumentalizzazione del personaggio piú ingombrante degli ultimi 1631 anni. Perché «ingombrante»? e perché 1631 anni? 1631 perché del 380 d.C. è l'Editto di Tessalonica, con cui il cattolicesimo diventa religione di stato dell'impero romano e tutte le altre religioni vengono proibite (di lì a breve inizierà la persecuzione dei pagani e degli eretici); quanto all'ingombro, è da intendersi in due modi, a seconda che per tale «personaggio» si intenda il Gesù reale, cioè l'uomo e il filosofo (di ingombro soprattutto per la Chiesa cattolica, costituzionalmente incompatibile con la filosofia di Gesù), o la sua versione divinizzata (di ingombro per tutti gli altri; basti pensare che l'anno in cui viviamo è il «2011 dopo Cristo»). Nella parte I si sono trattati, tra l'altro, i seguenti argomenti: ridicole teorie di qualche ufologo sulla presunta natura aliena di Gesù; personaggi spacciatisi per la reincarnazione di Gesù (per es. David Lazzaretti e Vissarion); la svolta antireligiosa del 1929 di Jiddu Krishnamurti; martiri del pensiero (per es., oltre Gesù stesso, Socrate, Ipazia, Giordano Bruno, Giulio Cesare Vanini); nessun uomo è l'Eroe Definitivo, tutti contribuiamo al progresso senza fine dell'umanità e, ampliando il quadro, dell'universo vivente; i Vangeli alla luce degli studi del Jesus Seminar; Gesù non nacque a Betlemme; Gesù non fece miracoli (non mutò l'acqua in vino, non camminò sulle acque ecc.; compì tuttavia delle guarigioni), né profetizzò l'apocalisse (bensì auspicava il rinnovamento etico del mondo), apocalisse che i protocristiani ritenevano imminente; analogie tra gli usi del gruppo di Gesù e seguaci e la cultura hippy; olismo; ruolo fondamentale del perdono nella filosofia di Gesù (il Padre nostro è, più che una preghiera, un promemoria educativo in tal senso); sovrapponibilità della filosofia di Gesù a qualsiasi religione, ma anche all'assenza di religione; Gesù non poteva sconfessare la religione del suo luogo e tempo (anche se ne avversava i sacerdoti: vedi parabola del buon samaritano); Gesù non si è mai proclamato Messia (si legga per es. Marco 8:29-33 saltando l'interpolazione 30-32); la Babele non babelica del racconto di Palasciano Un compendio di storia universale (1992); il «regno di Dio» non è altro che il seme d'amore nella nostra anima (vedi parabole del grano di senape e del lievito, nonché Luca 17:20-21 e il frammento III del papiro di Ossirinco n. 654).

Il regno dei cieli è dentro di voi, e chi sé stesso conosca lo troverà; e trovatolo, riconoscerete voi stessi, e saprete che figli ed eredi voi siete del Padre onnipotente e saprete che voi stessi siete in Dio e che Dio è in voi e che siete la città di Dio.
Papiro n. 654, frammento III

Il momento più intenso e artisticamente alto della puntata è stato senza dubbio quello della declamazione della lauda di Iacopone da Todi Donna de paradiso (qui una lettura simile, ma intensa la metà) cui è seguìto un intermezzo musicale.

Ringo Starr interpreta Pio IX in Lisztomania (1975) di Ken Russell.
Argomenti del resto della parte I: «Le azioni, anche se sono prive di effetto, non per questo risultano prive di significato» (George Orwell); sconvolgimento emotivo dei discepoli di Gesù alla sua morte; atmosfera esaltata delle riunioni dei protocristiani (glossolalia, profezia ecc.; vedi I lettera ai Corinzi, 14:1-23) e preteso valore filologico delle esperienze mistiche da parte di Paolo ecc.; omosessualità come «spina nella carne» (II lettera ai Corinti, 12:7-10) e, all'opposto, omosessualità come opportunità di maturazione gnoseologica (il mancato riconoscimento dell'assolutezza trascendentale dell'Eros testimonia per es. l'insufficiente saggezza di Osho Rajneesh, che considera l'o. inferiore all'eterosessualità, confonde ignorantemente il concetto di identità sessuale con quello di orientamento s. ecc.); probabilmente l'apostolo Pietro non fu mai a Roma (il cui primo vescovo fu Lino, secondo una costituzione apostolica del 270 ecc.); multireligiosità di Costantino I, il cui interesse era la coesione sociale; considerare Gesù un dio ne sminuisce l'umanità, e sminuisce l'umanità tutta, al pari del negare che nel 1969 gli astronauti abbiano camminato sulla luna (gli sminuitori paiono dire: «Se sei grande, non sei un essere umano; se sei un essere umano, la tua grandezza è finta»); homo homini deus; distorsione del messaggio di Gesù; la religione è il GHB dei popoli; come fino all'Editto di Tessalonica non avesse senso parlare di ortodossia ed eresia; teoria dei due dèi di Marcione (alterità del Dio del Vecchio Testamento rispetto al Dio del Nuovo); come la parola eresia derivi dal greco heiresis, che vuol dire scelta, e come ciò faccia pensare al discorso di Dike a Parmenide nel suo poema; come l'uccisione di Ipazia, allegoricamente, convinca definitivamente Dike/Astrea alla fuga tra le stelle; scismi cristiani; distruzione della civiltà occitana; Inquisizione; istituzione del rogo degli eretici ecc. da parte di Federico II di Svevia; rimprovero di Erasmo da Rotterdam a papa Giulio II («Con quale coraggio si insegna ciò che Cristo ha insegnato [...] quando poi si sconvolge il mondo nelle tempeste della guerra per ottenere il dominio di una piccola città?» ecc.); crudeltà di Pio V («uccidete, ardete, tutto vada a fuoco e a sangue purché sia vendicato il Signore», lettera a Filippo II, 1570); dogma dell'infallibilità del papa; richieste varie di dimissioni a Benedetto XVI; descrizione della possibile fine della Chiesa cattolica in una scena di Canti del caos di Antonio Moresco; preti buoni e preti malvagi; «Il saggio non turbi chi non è saggio»; confondere fantasia e realtà è dannoso.

Parte II:
L’insostenibile leggerezza di Radio Maria: il mondo come teatro di guerra del Demonio e della Madonna. Argomenti: presunte apparizioni mariane di Medjugorje; diffusione di Radio Maria; discorso di Roberto De Mattei sulla presunta mano di Dio nel disastro di Fukushima e simili; repressione dell'eros e della gioia di vivere; nevrosi ecclesiogena e statistiche sul suicidio; celibato sacerdotale; ingorgo pulsionale ed esplosione di violenze sui bambini; caratteri infantili del fideismo cattolico; strumentalizzazione dei bambini nella propaganda omofoba ugandese; il piano del Demonio per distruggere il mondo, e come la Madonna lo avverserebbe, secondo Livio Fanzaga; inferno e paradiso.


La lezione n. 9, The Doctor and the Robots. La guerra delle Due Cose: anima e corpo, si terrà domenica 27 novembre alle ore 21.30 a Palazzo Lanza (Capua, corso Gran Priorato di Malta 25). Come sempre, gratis.

martedì 15 novembre 2011

Dal Vangelo ai nuovi farisei

Comunicato stampa su Chrisztomania, ottava lezione-spettacolo di De natura mundi. Vi preghiamo di copiarlo, incollarlo e pubblicarlo ovunque; e grati vi saremo, in eterno e all'estremo.


Fotogramma dal Vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini.


Prosegue con l’ottava delle sue dodici puntate a ingresso gratuito il seminario-spettacolo “De natura mundi. L’interpretazione del mondo in ottanta giorni”, a cura dell’Accademia Palasciania (in collaborazione con Associazione culturale Architempo, Cooperativa culturale Capuanova, Libreria Guida Capua e Librerie Uthòpia). Un viaggio straordinario tra scienza, filosofia, gioco e poesia con per guida Marco Palasciano («autentico genio delle parole e del pensiero», nella definizione del filosofo Franco Cuomo), che alterna le sue lezioni tra le sale di due dei piú prestigiosi palazzi di Capua.

Alle ore 21.30 di lunedí 21 novembre, a Palazzo Fazio (via Seminario 10) si terrà “Chrisztomania” (titolo ispirato a “Lisztomania” di Ken Russell), lezione-spettacolo articolata in due parti ben diverse per tono: intensamente drammatica la prima, sulle origini del cristianesimo; satirica la seconda, sull’ipocrisia dei falsi cristiani. Lo spettatore verrà immerso nella realtà umana del Vangelo e, di contro, nella disumanità surreale degli «scribi e farisei» di prima e dopo l’editto di Tessalonica, partendo dall’ispirazione che spinse Gesú di Nazareth a predicare l’amore universale e finendo con la sua doppia crocifissione: a opera dei sicari quella del corpo, a opera dei vicari quella delle idee. Idee di cui piú avanti si assisterà alla resurrezione.

Delle quattro ultime puntate di “De natura mundi”, le due dispari si terranno a Palazzo Lanza (corso Gran Priorato di Malta 25) una domenica sí e una no, e le due pari a Palazzo Fazio un lunedí sí e uno no. Si veda il programma completo in http://palasciania.splinder.com/post/25642034/. Ci saranno tra l’altro una serata di laboratorio teatrale e un compendio di storia del futuro.

lunedì 14 novembre 2011

«De vulcani eloquentia», almo simposio

S'è tenuta a Palazzo Lanza domenica 13 novembre dinanzi a sedici satisfatti spettatori, lunga quasi tre ore (banchetto compreso), la lezione-spettacolo De vulcani eloquentia. Trionfo del linguaggio sull'indicibile e trionfo dell'istante sull'eternità, n. 7 del seminario di Marco Palasciano De natura mundi. L'interpretazione del mondo in ottanta giorni.

Preceduta anche stavolta da un quiz a premi (vincitore lo stesso spettatore dell'altra volta), la lezione ha trattato dei presunti limiti del linguaggio, e di come tale presunzione debba sfatarsi; di come la parola sia figlia del pensiero, e il pensiero sia figlio dell'essere stesso, che coincide con la Verità, e quindi quest'Ultima è perfettamente conoscibile, e non esiste nulla di indicibile; di come le Muse debbano prendere a «schiaffoni spirituali» i corrotti da Ate; di isomorfismo tra linguaggio verbale e non verbale, e della ridondanza; della naturale non naturalità delle lingue, del loro numero e destino, dei continua linguistici, delle lingue franche, del fallimento delle lingue artificiali,
dell'opportunità o meno d'una lingua unica mondiale, della raccapricciosa prospettiva d'un futuro unilingueggiato da qualcosa di simile all'europanto, della differenza tra le toppe dell'ignoranza e i patchwork del polilinguismo sapiente; dello stile; degli elementi semantici, sonori, retorici e citazionali; della Neolingua del 1984 di Orwell, del semianalfabetismo imperante sulle bacheche feisbucchiere, dei trattini e trattoni, di iperonimi e iponimi, dell'obsolescenza lemmatica, del recupero degli arcaismi e del Meraviglioso discorso del panstilista puro; della letteratura vulcanolinguistica e della linea Dante-Joyce-ecc.; dell'asineria del Bembo e dei petrarchisti, rei d'aver messo in mala luce Dante; di ciò che Dante credeva vero o no del proprio Inferno, e del suo fine pedagogico; dell'allegoria; della sovrapponibilità delle figure di Cristo, Prometeo, Lucifero e Icaro; di come l'arte racconti il falso per dire il vero; di come, di contro, non si debba mai scordare né quanto l'uomo sia abile a ingannare, né quanto sia facile a essere ingannato; del ruolo disambiguante e cernitorio della filosofia; del ruolo della poesia nel quadro del sinergismo delle pratiche di pensiero (cioè: dove il linguaggio scientifico non arriva, arriva il linguaggio poetico), e relativa allegoria icaria; delle false identità e delle false contraddizioni; della casistica in cui è possibile un uso lecito dell'ambiguità; dell'analogia tra il declassamento di Plutone ad asteroide e il possibile declassamento delle opere mediocri a non-arte; del malcostume degli scrittorucoli che confondono la letteratura con la sceneggiatura; del discorso diretto, indiretto, indiretto libero, proteiforme (vedi Márquez, L'autunno del patriarca) e terato-babelico (con esempi di frasi [vedi riquadro a destra]
la donna con la mano mozzata si trascina stramazzò era stramazzata si trascinò sul pavim asperso di san

Iniziagitarono. Panicapite bene. Tutti sapraberrazionno.

non sarebbato difficonvincerli

Agimmo fu sotto il suo malefico impulso che. Sub witchcraft of cette femme malheureuse.

non a kella porta, per kelli fili di speme que contene, essi due lo guidorno
 dalla Descrizione di un'orgia in un convento di Palasciano, riscrittura sperimentale d'un testo altrui); della fecondità del repertorio formale delle varie epoche; di come la natura dell'uomo sia la cultura; del progresso, e del ruolo in esso degli anziani (v. Rachel Caspari, L'evoluzione dei nonni, in «Le Scienze» n. 518, ottobre 2011); della saggezza in generale; di come trovare consolatio perfetta alla propria morte; della possibile fine dell'universo, e di come aggirare quest'estremo movente della disperazione con l'ausilio della consapevolezza dell'illusorietà del tempo; della falsa dicotomia eterno/contingente, e della falsa dicotomia universale/personale; della non paragonabilità del rapporto tra finito e infinito al rapporto tra buio e luce; della docta ignorantia di Niccolò Cusano, e della correzione di tale idea (la pura ratio non produrrà che "poligoni", OK, ma il sinergismo d'essa e della poesia indurrà nei "lati" una "curvatura") in sintonia col superamento dei paradossi di Zenone l'eleata; della visione olistica; di come un insieme di enti irrelati sia "pesante", e un insieme di enti «per legame musaico armonizzati» sia "alleviante" e dia modo di "volare".

Nell'intervallo ci si è pasciuti d'un magnifico buffet allestito in occasione del XXXV anniversario della prima poesia di Palasciano (scritta il 14 novembre 1976 insieme con altre, proseguendo la composizione il 15 novembre, per un totale di 36 testi, ispirati ad analoghe filastrocche contenute nel vol. I dei Quindici):


LA TORTA DELLA MORTA

Porta la storta,
gobba e brutta morta
nella molto corta,
vecchia, nuova sporta
una gustosa torta.

Quando apre la porta
e mangia la torta,
si brucia la morta.

O che pretendevate? l'esordiente aveva otto anni. D'altro canto, in passato (per la celebrazione del XXX anniversario) egli spacciò come prima poesia quella che in realtà era la seconda, in effetti più bella e palascianesca (per isoritmia, categoricità e linguistici guizzi d'anti-standard):

GIOCHI

Gioca a palla il mio gattino,
prende il legno il cagnolino,
colla danza gioca il sorcio,
nella melma gioca il porcio.

Quanto al buffet, senza torte di morte o porci in brago, è stato preparato e offerto dalla supergentile signorina Carolina Pragliola, di sua liberalissima iniziativa (per ringraziarla della quale le è stata donata «l'ultima copia al mondo» dei Ventidue frammenti dal canzoniere in progress), e commentato dal nostro Presidente col citare la Hypnerotomachia Poliphili: «uno regio pasto et superexcellente». Di séguito ne riportiamo il menu:

Olive e pecorino sardo
Crostini al tonno
Rotelline al prosciutto
Mini-rustici con würstel
Insalata di riso
Rustico salsiccia e friarielli
Rustico salame e provola
Crema al cioccolato fondente e cannella
Vino

Dopo l'intervallo, durante il quale la libreria ha vendute ben due copie di Prove tecniche di romanzo storico, si è tenuta una lectura Palasciani (incorniciata dal resoconto cronologico essenziale della formazione letteraria di Palasciano). Di séguito ne riportiamo il programma:

1976 (8 anni)
La torta della morta
Giochi


1986 (18)
● Frammento da Trenodia d'un cacciatore di sogni, acme della fase neoclassica


1987 (19)
Notturno

1992 (24)
● Frammento dal racconto Un compendio di storia universale


1995 (26)
Da Nel frigido corpetto vittoriano:
Come avvenne che la figlia di lord Hicks ebbe il cuore sostituito da un meccanismo a orologeria affinché il padre potesse controllarne meglio i sentimenti
Da Prospero chiude il libro della tempesta:
● Monologo interiore del professor Coppelius mentre assiste alle prove del balletto
● Frammento da Il professor Coppelius discute con lord Hicks circa l'organizzazione del giubileo
Siparietto shakespeariano, conchiuso in due mirabili terzine l'una anagramma dell'altra, dove Prospero e Miranda discutono di labirinti

1996 (27)
Da Sui termitai mostruosi dell'urbe novissima:
Il clavicembalo


2002 (33)
Da Storia di un umanesimo negato:
Sonetto «"In principio..." o forse è tutto un nastro»
● Variazione n. 1
● Variazione n. 3

● Frammento dalla Variazione n. 9


2005 (36)
Antimateria

2009 (41)
● Quattro strofe dalla traduzione isometrica del Cimitero marino di Paul Valéry

Riportiamo una di tali strofe:

Non, non!… Debout! Dans l’ère successive!
Brisez, mon corps, cette forme pensive!
Buvez, mon sein, la naissance du vent!
Une fraîcheur, de la mer exhalée,
Me rend mon âme… O puissance salée!
Courons à l’onde en rejaillir vivant!
    No, no!… Sú, in piedi! All’èra successiva!
Rompi, mio corpo, la cogitativa
forma! Mio petto, abbéverati al vento
nascente! Un fresco esala la marina,
l’anima mi ridà… O energia salina!
Corriamo all’onda in vivo frangimento!


La lezione n. 8, Chrisztomania, si terrà lunedì 21 novembre alle ore 21.30 (o al massimo 21.45) a Palazzo Fazio (Capua, via Seminario 10). Come sempre, gratis. Parte prima: Vita, mito e strumentalizzazione del personaggio piú ingombrante degli ultimi 1631 anni. Parte II: L’insostenibile leggerezza di Radio Maria: il mondo come teatro di guerra del Demonio e della Madonna.

mercoledì 9 novembre 2011

Vita, pensiero, verità e poesia

Comunicato stampa su De vulcani eloquentia, settima lezione-spettacolo di De natura mundi. Vi preghiamo di copiarlo, incollarlo e pubblicarlo ovunque; e grati vi saremo, in eterno e all'estremo.


Marco Palasciano in reading. Napoli, libreria Treves, 2009. Foto di Orfeo Soldati.


Giunto a metà dell’opera, prosegue con la settima delle sue dodici puntate a ingresso gratuito il seminario-spettacolo “De natura mundi. L’interpretazione del mondo in ottanta giorni”, a cura dell’Accademia Palasciania (in collaborazione con Associazione culturale Architempo, Cooperativa culturale Capuanova, Libreria Guida Capua e Librerie Uthòpia). Un viaggio straordinario tra scienza, filosofia, gioco e poesia con per guida Marco Palasciano («autentico genio delle parole e del pensiero», nella definizione del filosofo Franco Cuomo), che alterna le sue lezioni tra le sale di due dei piú prestigiosi palazzi di Capua.

Alle ore 21.30 di domenica 13 novembre, a Palazzo Lanza (corso Gran Priorato di Malta 25) si terrà la puntata “De vulcani eloquentia. Trionfo del linguaggio sull’indicibile e trionfo dell’istante sull’eternità”. La sala eventi della libreria Guida Capua sarà nuovamente adibita a laboratorio di scrittura, per cosí dire; ma a un livello piú profondo, in genere mai toccato dalle botteghe consuete. Saranno ridefiniti i limiti del linguaggio e riposizionato il ruolo della poesia. Col “ritorno di Astrea in astronave” si è demolito il relativismo postmodernista, restaurando l’idea di un’unica verità oggettiva; si mostrerà ora come il feedback tra scienza, filosofia e arte sia l’unico sistema possibile per la liberazione della verità dal groviglio delle contraddizioni (apparenti) in cui l’universo immerge l’uomo (o viceversa). Una conseguenza tra le altre sarà il superamento, non la banale esorcizzazione, del timore della morte: sia quella dell’uomo, come singolo o come specie, sia quella dell’universo. Sulle questioni metafisiche si tornerà, piú approfonditamente, nell’undicesima puntata; questa settima intanto, coincidendo con la vigilia del 35° anniversario dell’esordio letterario di Palasciano, sarà completata da un reading spettacolare.

Delle cinque puntate successive, le pari si terranno a Palazzo Fazio (via Seminario 10) un lunedí sí e uno no, e le dispari a Palazzo Lanza una domenica sí e una no. Si veda il programma completo in http://palasciania.splinder.com/post/25642034/. Ci saranno tra l’altro la messa in scena del Vangelo restituito alla realtà umana, una serata di laboratorio teatrale e un compendio di storia del futuro.

martedì 8 novembre 2011

La lezione finora più applaudita

Si è tenuta a Palazzo Fazio lunedì 7 novembre davanti a 10 spettatori (che all'applauso finale sono sembrati 100), lunga due intense ore, la lezione-spettacolo Il ritorno di Astrea in astronave. Tramonto del postmoderno e rimonta del moderno, sesta del seminario di Marco Palasciano De natura mundi. L'interpretazione del mondo in ottanta giorni.

La prima parte della lezione, preceduta anche stavolta da un quiz a premi (vincitore Emiliano D'Angelo), si è intitolata
Dall’estetica trascendentale all’anestetica trash-and-antani: mio Dior, come sono caduta in vascio!, dove si è particolarmente messo alla berlina il relativismo assoluto, avversato tra gli altri dal nostro Daniele Ventre (vedine La miseria della postfilosofia o l'intollerabile deragliamento dell'essere). Tra i momenti più allegri è stata la messa in scena, sonata e cantata, della macchietta di Ettore Petrolini Gastone nella parte in cui il gagà dà un «saggio» del suo «ingegno» («Se l’ipotiposi del sentimento personale, prostergando i prolegomeni della mia subcoscienza, fosse capace di reintegrare il proprio subiettivismo alla genesi delle concomitanze...»), saggio omogeneo agli antanismi del postmodernismo filosofico sbertucciati da Alan Sokal nonché dal Postmodernism Generator (ogni volta che ricaricherete la pagina comparirà un diverso testo, aleatoriamente creato da un apposito software), a epigrafe dei quali lazzi non è restato che parafrasare Miseria e nobiltà (1954; vedi a 1 ora e 27'11"):

Ma insomma, non ve ne siete accorto che sono quattro imbroglioni morti di fame? questo è don Felice Sciosciammocca lo scrivano e quest’altro è don Pasquale il fotografo! Ma possibile che non avete capito niente? ma voi che pezzo di battilocchio siete? ma fatemi il piacere. E bravo, questi quattro imbroglioni! Lyotard, Derrida, Vattimo, Rorty… sciù! alla faccia vostra! ah!

Cestinata la sua filosofia, della postmodernità si è salvata l'arte, in ispecie l'alta, esemplata tra l'altro dal capolavoro di Peter Greenaway Prospero's Books (1992; tit. it. L'ultima tempesta); nonché, nel loro piccolo, dalle giovanili Prove tecniche di romanzo storico (1992; ed. 2006) di Palasciano stesso, in parte debitrici della propria visionarietà pancronistica e fumettosa a Lisztomania (1975; qui una scena esemplare) di Ken Russell.


La seconda parte della lezione si è intitolata Le Muse intorno alla culla del nuovo Rinascimento, e basti dirne il clou: una riscrittura della prima scena della Belle au bois dormant con al posto della principessa neonata il nuovo Rinascimento, al posto delle sette fate le nove Muse (in una nuova caratterizzazione conforme alla Ruota palascianiana), al posto della fata malvagia la dea Ate, e come coup de théâtre il ritorno di Astrea.
 
GAGARIN OVVERO ARMSTRONG: O dea, che a Parmenide per primo affidasti il compito sovrano dell’uomo, di indagare il vero ed esplorare il cosmo, e che poi avvilita dalla decadenza umana lasciasti il nostro pianeta, vedo che ancora conservi una spiga di grano, antico ricordo dell’Età dell’Oro. Se vuoi concederci una seconda opportunità, quale miglior momento di questo, in cui io, in rappresentanza di tutti gli uomini di aurea volontà, ti porgo la mano per riaccompagnarti sulla Terra? torna, dea, a camminare tra noi.

ASTREA: Non devi pregarmi oltre; aspettavo soltanto questo: che l’uomo uscisse dal suo mondo, spinto dalla volontà di accedere a uno spazio piú grande. A tanto non erano giunti gli uomini della prima Età dell’Oro; e auspico che se il loro aspirare a essere angeli fallì, voi uomini nuovi invece trionferete.

La prossima puntata, De vulcani eloquentia. Trionfo del linguaggio sull'indicibile e trionfo dell'istante sull'eternità, si terrà domenica 13 novembre alle ore 21.30 a Palazzo Lanza (Capua, corso Gran Priorato di Malta 25). Con un buffet. E, come sempre, gratis.

mercoledì 2 novembre 2011

Anagrammi sul nome di un poeta

Da leggere come un racconto solo. La missione dell'intellettuale e dell'artista, la seduzione della corona di lauro, l'anteporre alla cultura paludata il vitalismo popolare, l'eros, il triste finale.


MARCO PALASCIANO

Dieci anagrammi
sul nome di un poeta assassinato
il 2 novembre 1975


2 novembre 2011
I' penso al poi. I' parlo.
Paesi, popoli: ornali.
Proponi lì la poesia.
Poi la prosa. Il pieno.
Allori: oppio, pensai.
Parlo a noiosi pepli.
Penso a popoli ilari.
Priapo apollineo? sì.
Pino Pelosi: ira, palo...
Ali. Poi lo piansero, P.


martedì 1 novembre 2011

Il ritorno di Astrèa in astronave

Comunicato stampa su Il ritorno di Astrèa in astronave, sesta lezione-spettacolo di De natura mundi. Vi preghiamo di copiarlo, incollarlo e pubblicarlo ovunque; e grati vi saremo, in eterno e all'estremo.


Giunge a metà cammino, alla sesta delle sue dodici puntate a ingresso gratuito, il seminario-spettacolo “De natura mundi. L’interpretazione del mondo in ottanta giorni”, a cura dell’Accademia Palasciania (in collaborazione con Associazione culturale Architempo, Cooperativa culturale Capuanova, Libreria Guida Capua e Librerie Uthòpia). Un viaggio straordinario tra scienza, filosofia, gioco e poesia con per guida Marco Palasciano («autentico genio delle parole e del pensiero», nella definizione del filosofo Franco Cuomo), che alterna le sue lezioni tra le sale di due dei piú prestigiosi palazzi di Capua.

Alle ore 21.30 di lunedí 7 novembre, a Palazzo Fazio (via Seminario 10) vi aspetta “Il ritorno di Astrea in astronave. Tramonto del postmoderno e rimonta del moderno”. Una serata dedicata, tra lazzi carnascialeschi, al rogo di quanto di peggio abbia prodotto la cultura dell’ultimo mezzo secolo e, tra echi di concerto delle sfere celesti, al recupero di quanto di cinquecentesco il razionalismo folle del Seicento e l’irrazionalismo calcolato del Novecento avevano messo in cantina, e che ora va rispolverato in vista del Rinascimento prossimo venturo. Sotto l’egida di Apollo e dell’Apollo 11, assisteremo al matrimonio alchemico di classicismo e futurismo, al trionfo delle n(u)ove Muse su «antanisti» e «trashaiuòli», e alla chiusura ufficiale dei decenni bui della postmodernità.

Delle sei puntate successive, le pari si terranno a Palazzo Fazio un lunedí sí e uno no, e le dispari a Palazzo Lanza (corso Gran Priorato di Malta 25) una domenica sí e una no. Si veda il programma completo in http://palasciania.splinder.com/post/25642034/. Ci saranno tra l’altro la messa in scena del Vangelo restituito alla realtà umana, una serata di laboratorio teatrale e un compendio di storia del futuro.